Il debito globale ha raggiunto la cifra record di 348 trilioni di dollari. «Quasi 29 trilioni di dollari sono stati aggiunti alle scorte globali di debito nel 2025, portando il totale a un record di 348 trilioni», evidenzia l’Institute of International Finance (IIF) nell’ultimo Global Debt Monitor. Questo incremento senza precedenti, il più rapido dall’era della pandemia, certifica una mutazione profonda dell’economia mondiale: la spesa pubblica per la difesa e gli investimenti nell’intelligenza artificiale sono diventati i nuovi motori di una leva finanziaria che non accenna a flettere. Nonostante il rapporto debito/Pil globale sia sceso al 308% grazie alla crescita nominale, il volume assoluto del passivo continua a gonfiarsi, spinto da deficit pubblici che hanno sostituito il settore privato come principale fonte di rischio sistemico.
L’accelerazione registrata nel 2025 riflette un cambiamento strutturale della finanza globale, con circa due terzi dell’aumento originati nei mercati maturi. La composizione della leva mondiale ha subito una trasformazione netta verso il settore pubblico: «I pesi del debito pubblico hanno continuato a salire, rafforzando uno spostamento persistente e strutturale nella composizione della leva globale: più pubblico, meno privato». I prestiti governativi hanno contribuito per oltre 10 trilioni di dollari alla crescita complessiva, con gli Stati Uniti, la Cina e l’area euro responsabili di quasi tre quarti dell’intera impennata mondiale. In Europa, l’espansione della spesa è risultata concentrata soprattutto in Francia e Italia, seguite dalla Germania, in un contesto in cui le scorte di debito hanno toccato nuovi massimi sia nelle economie avanzate sia in quelle emergenti. Sebbene il rapporto debito/Pil mondiale sia calato per il quinto anno consecutivo, tale miglioramento «nasconde una divergenza crescente», poiché nei mercati emergenti il peso del debito rispetto alla ricchezza prodotta ha continuato a salire, toccando il record del 235%.
Il nuovo paradigma della spesa è alimentato da ciò che l’IIF definisce «supercicli» di investimento in conto capitale, legati a priorità nazionali come la sicurezza e la tecnologia. Da un lato, la spinta europea verso il riarmo e la resilienza strategica potrebbe far salire il rapporto debito/Pil dei governi dell’Ue di oltre 18 punti percentuali entro il 2035, rendendo cruciale la mobilitazione di capitali privati. Dall’altro, «l’aumento degli investimenti legati all’AI sta emergendo come un nuovo motore del prestito aziendale e dell’attività dei mercati dei capitali». Le emissioni obbligazionarie delle società americane legate all’intelligenza artificiale sono pronte a stabilire un nuovo record nel 2026, alimentando un mercato in cui la liquidità abbondante sostiene segmenti economici ad alto rischio. Questo fervore finanziario solleva però timori concreti: la forza combinata di stimoli fiscali, monetari e normativi, unita all’indebitamento privato guidato dal capex, potrebbe sfociare in «surriscaldamenti episodici e valutazioni eccessive in alcune aree».
Negli Stati Uniti, la traiettoria del debito federale è paragonata a una «rana nel pentolone», un processo di logoramento lento che porterà il debito detenuto dal pubblico a superare il 120% del Pil entro il 2036. Le politiche commerciali restrittive non hanno invertito la tendenza: «Le tariffe non sono riuscite a generare entrate sufficienti per invertire la tendenza al rialzo del debito e hanno aumentato le preoccupazioni sulla sostenibilità». L’onere dei dazi è stato assorbito quasi interamente da consumatori e imprese americane, pesando sui bilanci del settore immobiliare e delle piccole imprese. Questo scenario ha spinto l’amministrazione Trump, in vista delle elezioni di metà mandato, a cancellare o ritardare alcune tariffe per mitigare i costi. In modo parallelo, il settore bancario Usa ha intensificato i legami con la finanza ombra: i prestiti alle istituzioni finanziarie non bancarie (NBFI) rappresentano ora il 15% del portafoglio prestiti totale, rispetto all’11% del 2021, segnando la crescita più rapida del mercato e aumentando i rischi di interconnessione sistemica.

Per l’Italia e l’Eurozona, il rapporto IIF delinea un quadro a tinte contrastanti. Alla solidità dei bilanci pubblici rispetto a dieci anni fa si contrappone la pressione per nuovi investimenti. Sebbene i rapporti debito/Pil nell’area siano mediamente inferiori di 10 punti percentuali rispetto al 2015 — a differenza di quanto accade in Cina e negli Usa — la concentrazione della spesa pubblica resta elevata. Al termine del 2025, l’Italia presentava un debito governativo al 141,3% del Pil, un dato che spicca rispetto al 110,4% della Francia e al 62,5% della Germania. La nascita della Savings and Investment Union all’inizio del 2025 ha stimolato l’emissione di corporate bond a livelli record, ma la sfida resta la capacità di finanziare la produttività e la sicurezza nazionale senza compromettere la stabilità fiscale. In questo scenario, l’Italia deve navigare tra la necessità di investimenti strategici e il peso di un debito pubblico che, pur stabile come rapporto, resta un elemento di vulnerabilità in un ambiente di tassi potenzialmente ancora elevati.
il report
La finanza globale si sposta fuori dalle banche: 257 mila miliardi nei circuiti non bancari

Quello che è certo è che le economie emergenti devono affrontare un muro di scadenze senza precedenti. «I mercati emergenti affrontano esigenze di rifinanziamento record quest’anno, superiori a 9 trilioni di dollari», viene evidenziato nel rapporto. Sebbene le condizioni di finanziamento globali rimangano favorevoli grazie a un dollaro più debole che favorisce gli asset in valuta locale, la pressione resta estrema. Il debito totale in questi mercati ha raggiunto i 116,6 trilioni di dollari, con la Cina che pesa in modo determinante, portando il proprio debito governativo al 96,8% del Pil. Per i Paesi più poveri del Common Framework, la situazione è ancora più delicata: lo stock di debito verso i creditori ufficiali è raddoppiato in dieci anni, con Pechino che detiene oltre 100 miliardi di dollari di crediti bilaterali. La stabilità finanziaria mondiale del 2026 dipenderà dunque dalla capacità di questi mercati di gestire i rimborsi senza innescare crisi di solvibilità a catena in un anno di grandi transizioni politiche.
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