Il ritorno del carbone contro la crisi energetica: il piano del governo

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L’Europa torna al carbone. «La situazione per l’industria manifatturiera italiana è devastante», avverte il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, pronto a riattivare le centrali di Civitavecchia e Brindisi con un semplice decreto governativo qualora il prezzo del gas dovesse stabilizzarsi oltre i 70 euro al megawattora.

Con lo Stretto di Hormuz paralizzato e i prezzi del greggio balzati del 40% dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Vecchio Continente si scopre fragile, costretto a rispolverare il combustibile più inquinante per evitare il collasso di sistema. È un’inversione di rotta drammatica che mette in discussione anni di politiche verdi, proprio mentre le scorte di gas toccano i minimi storici e la transizione energetica segna il passo nel momento di massima emergenza geopolitica mondiale.

Il nodo Hormuz e le ricadute sui mercati

La paralisi della principale arteria marittima per il transito energetico globale ha innescato una reazione a catena che investe i mercati europei con una violenza superiore a quella registrata nel 2022. I prezzi del gas benchmark europeo sono passati dai 32 euro al megawattora di febbraio ai 50 euro di metà marzo, segnando un balzo del 60% dall’inizio delle ostilità.

Secondo le analisi della banca angloasiatica Hsbc, le quotazioni resteranno del 40% superiori alle previsioni per tutto il 2026, consolidando una crisi di approvvigionamento che vede gli stoccaggi continentali ai minimi stagionali: 46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026 contro i 77 miliardi del 2024.

In Germania, il ritorno al fossile è già una realtà operativa, con le centrali a carbone che a marzo hanno aumentato la loro quota di generazione elettrica di due punti percentuali, mentre la produzione da gas crollava di oltre un terzo.

Andreas Reichel, a capo della società energetica Steag Iqony, ha chiesto ufficialmente che i 10 gigawatt di impianti a carbone in riserva strategica tornino sul mercato regolare per contenere costi dell’elettricità ormai fuori controllo. Lo shock energetico, secondo Rand, rischia di risultare insostenibile per le principali economie europee, aggravando un profilo di rischio climatico che peserà sui bilanci pubblici per i prossimi decenni.

Le criticità in Italia

Il quadro italiano appare particolarmente critico per via di una dipendenza strutturale dai fossili che la crisi mediorientale ha riportato prepotentemente al centro del dibattito nazionale. Nonostante i progressi della generazione rinnovabile, il mix elettrico italiano vede ancora i combustibili fossili coprire tra il 40% e il 48% della produzione, con il gas naturale che rimane la fonte principale garantendo circa il 40% dell’elettricità nazionale. Se si allarga lo sguardo al mix energetico totale, che include trasporti e riscaldamento, la quota dei fossili sale all’80%, esponendo il Paese a ogni variazione dei flussi attraverso Hormuz.

A livello europeo, la situazione non è dissimile. I combustibili fossili rappresentano ancora il 65-70% del consumo energetico lordo dell’Unione europea, a causa di un settore dei trasporti ancora pesantemente ancorato ai derivati del petrolio. In questo contesto, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che le sole misure sulla fornitura non basteranno a mitigare quella che definisce la più grande interruzione di approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale.

L’agenzia ha già concordato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, l’azione più imponente della sua storia, per tentare di arginare prezzi del greggio che hanno superato i massimi dal 2022. Per fronteggiare l’emergenza, la Iea suggerisce un cambio di paradigma che punti direttamente alla riduzione della domanda domestica e industriale.

Invece di attendere il ripristino delle produzioni interrotte, il vademecum dell’agenzia invita i governi a incentivare il lavoro agile, minimizzare i trasporti stradali e aerei non essenziali e accelerare il passaggio alla cucina elettrica per ridurre la pressione sui consumatori. Interventi immediati necessari per gestire un rischio geopolitico che ha già fatto lievitare i costi dei prodotti raffinati, come diesel e cherosene, con impatti diretti sulla logistica e sui prezzi al consumo.

Europa in posizione di debolezza

La realtà è che l’Europa è entrata in questa crisi in una posizione di estrema debolezza. Al 17 marzo gli stoccaggi tedeschi risultavano pieni appena al 21,6%, un livello che non garantisce alcuna flessibilità operativa in caso di ulteriore escalation nel Golfo.

Mentre il carbone torna a correre, la transizione verde europea subisce una brusca frenata proprio quando il contributo delle rinnovabili sarebbe vitale. Nel 2025 l’Ue ha installato 65,1 gigawatt di nuova capacità solare, segnando la prima contrazione dal 2016. In Italia, l’espansione complessiva di solare ed eolico è calata del 10% lo scorso anno, con il settore residenziale dimezzato dopo la fine dei regimi di incentivazione.

Questo rallentamento strutturale si inserisce in un panorama globale dove le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto il nuovo massimo storico di 38,1 miliardi di tonnellate nel 2025. Il budget di carbonio residuo per restare entro la soglia critica di 1,5 gradi si sta esaurendo con una velocità senza precedenti: restano circa 170 miliardi di tonnellate di CO2 disponibili, equivalenti ad appena quattro anni di emissioni ai ritmi attuali.

Come osservato da Neta Crawford della Brown University, le conseguenze belliche sulle emissioni supereranno qualsiasi sforzo di mitigazione civile, rendendo gli obiettivi dell’Accordo di Parigi un traguardo sempre più evanescente. L’Europa si ritrova così prigioniera di un paradosso. È costretta a bruciare il passato per sopravvivere al presente, mentre il futuro climatico scivola in modo definitivo verso l’incertezza.

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