Il gran rifiuto di Teheran di negoziare sui missili e le operazioni di destabilizzazione regionale, attraverso milizie varie, oltre che il programma nucleare, avvicina l’Iran alla guerra con gli Stati Uniti. Un anno fa il nucleare poteva forse bastare; oggi non più. Sul negoziato, alla vigilia (oggi) della data prevista, regna la confusione. Ieri era saltato, poi forse ripreso. Anche se gli iraniani ci ripensano il tempo stringe e non a loro favore. Senza negoziato, senza concessioni di Teheran, resta l’imponente schieramento di forze Usa nel Golfo, la “grande armada” navale evocata da Donald Trump, con la portaerei Abraham Lincoln trasferita in fretta e furia dal Pacifico al teatro mediorientale. Certo non per una crociera di addestramento. In riscaldamento prepartita, ha già abbattuto un drone iraniano avvicinatosi con sospetta curiosità. Possibile un “intervento dimostrativo”? Non si sa mai. Intanto Donald avvisa la Guida Suprema.
Non si muove nelle acque e basi prospicienti all’Iran un dispositivo militare di tale portata e potenza di fuoco per esercitazioni o sfoggio di potenza. Lo si fa per usarlo. Fu così per l’ammassamento di truppe russe al confine dell’Ucraina nel 2021 e inizio del 2022. È stato così, recentemente, per l’apparato aero-navale Usa nel Mar dei Caraibi, intorno al Venezuela. Sono massicce manovre militari, con costi ingenti e notevole usura di personale e mezzi, “pronte all’uso”. Dell’uso si fa a meno solo se l’effetto intimidazione basta a raggiungere l’obiettivo senza sparare. Allora la diplomazia muscolare supplisce all’intervento militare. Questa era l’operazione nei confronti dell’Iran, all’interno anche di una fitta rete di diplomazia regionale araba e turca. Che però deve convincere Teheran che sia meglio mettere sul tavolo tutte le richieste americane anziché andare alla guerra. Fino ad ieri non c’era riuscita.
Il caso
Iran, assedio di Trump: “Trattate o siete finiti”. Teheran: reagiremo con durezza mai vista prima

L’analogia con l’operazione che un mese fa portò alla cattura di Maduro e all’addomesticamento del regime “bolivariano” è solo apparente. L’Iran non è il Venezuela. Tantomeno nell’ottica geopolitica di Washington. Con Teheran, Donald Trump voleva «dare una possibilità alla pace» stile John Lennon e Yoko Ono. Non era stato così con Caracas. Per l’Iran, invece, l’infaticabile uomo di fiducia di Trump, Steve Witkoff, era, ed è, pronto a incontrare il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, in Oman – di per sé una concessione diplomatica facendone un negoziato puramente bilaterale senza la partecipazione di altre parti arabe o turche. Ma a una condizione: che la controparte iraniana sia pronta a parlare di tutto. In tal caso, l’incontro avrà lo scopo di evitare l’intervento militare, già pronto, contro l’Iran. Questa la possibilità alla pace.
IL MONDO IN BILICO
Trump minaccia l’Iran: “Massiccia ‘armada’ contro di voi”. Teheran: “Reagiremo come non mai”

Tutto cosa? Washington l’aveva messo in chiaro dall’inizio: abbandono del programma nucleare, rinuncia allo sviluppo di missili balistici, niente più aiuti a Hezbollah e Hamas e altre milizie sciite (Houthi?). Ieri il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito «siamo pronti ad incontrarli» a condizione che i colloqui includano i tre punti, aggiungendovi, bontà sua, il «trattamento del proprio popolo».
Difficilmente quest’ultimo sarebbe stato lo scoglio. Per Trump la difesa dei diritti umani e il sostegno alla protesta delle piazze sono temi secondari. Una volta accontentate le richieste sul resto, ayatollah e guardie rivoluzionarie potrebbero continuare, indisturbati, nella brutale e spietata repressione. Al massimo con un po’ meno impiccagioni.
la testimonianza
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Perché l’Iran esita? Programma nucleare, missili, longa manus di Hezbollah in Libano (un tempo anche in Siria) e di Hamas a Gaza, sono i tre pilastri sui quali Ali Khamenei ha costruito la potenza regionale dell’Iran. Tutti e tre seriamente incrinati, se non sbriciolati, sotto i colpi delle brevi guerre dell’anno scorso contro Israele e (brevissima ma letale) Stati Uniti; con la Turchia che aveva già dato una mano nel far cadere Bashar Assad a Damasco ad opera di Ahmed al-Sharaa. I regimi autocratici sanno che se abbandonano la capacità di minaccia esterna si indeboliscono all’interno. Ne va della loro sopravvivenza. Confronto esterno per mobilitare la repressione interna. Permanenti entrambi. Meglio lo scontro militare, pur disastroso, che perdere la faccia con una resa diplomatica.

Che il negoziato si tenga o meno, il no iraniano alla soluzione diplomatica farebbe pendere la bilancia per la guerra. La regione spera di evitarla – Witkoff vede oggi l’Emiro del Qatar Al-Thani, contrario alla guerra. Israele spinge per dare il colpo di grazia al programma nucleare e missilistico di Teheran. A Washington – a Donald – l’ultima parola.
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