Avevano insultato sui social Liliana Segre, accusandola tra le altre cose di «nazismo». Oggi al Tribunale di Milano hanno chiesto scusa, spiegato di aver versato dei risarcimenti alla fondazione Memoriale della Società, proposto di versare somme fino ai 2.000 euro o di fare lavori di pubblica utilità. È quanto successo a otto hater della senatrice a vita, finiti a processo dopo un’inchiesta del 2025 con l’accusa di diffamazione aggravata dall’odio razziale.
Nel corso dell’udienza predibattimentale che si è tenuta oggi, 19 febbraio, tre di loro sono usciti dal procedimento a seguito del ritiro della querela. Dei restanti, uno ha chiesto di accedere al rito abbreviato, processo senza dibattimento che in caso di condanna porta alla diminuzione di un terzo della pena, e cinque hanno proposto misure alternative per puntare alla messa alla prova e chiudere il proprio capitolo giudiziario.
Alla prossima udienza, in calendario per il 9 aprile, dovranno dimostrare di aver versato le somme, di aver presentato delle lettere di scuse e di aver trovato degli enti adatti dove svolgere i lavori di pubblica utilità. Uno dei cinque aveva indicato il collettivo “Qualcosa di Sinistra”, ma la giudice Francesca Ghezzi gli ha indicato di trovare un’associazione meno politicamente orientata, come una Caritas.
Per la prossima udienza dovranno indicare quali somme di risarcimento sono riusciti a versare. Le cifre saranno diverse in base alla condizione di ognuno. Uno di loro, ad esempio, tramite il suo legale ha spiegato di non poter versare molto perché «vive con una pensione di invalidità di 2.500 euro all’anno, a casa della madre».
L’udienza di oggi è parte di un’inchiesta più ampia che ha coinvolto 86 account, principalmente attivisti No vax o Pro pal. Nell’aprile 2025, all’inizio dell’indagine contro gli odiatori online della senatrice, il giudice per le indagini preliminari Alberto Carboni aveva ordinato alla Procura di identificare le persone che si nascondevano dietro ai profili che insultavano Segre, e di indagare nove persone già identificate. In questo contesto Carboni aveva sottolineato che «accusare di nazismo la reduce dei campi di sterminio è uno sfregio alla verità oggettiva e l’offesa più infamante per la reputazione di chi ha speso la propria vita per testimoniare gli orrori del regime e per coltivare la memoria dell’Olocausto».
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