“Io sono Giorgia”. Se la premier non esce dalla gabbia ideologica

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Avrebbe potuto tenere un discorso di verità rivolto al Paese: prendere atto della sconfitta, dentro cui ci sono le tante inquietudini del paese (vai alla voce: Donald Trump) ben oltre la separazione delle carriere. E poi, proprio da “figlia del popolo”, trarne una lezione e illustrare il “che fare” di qui alla fine della legislatura, con lo spirito di un “nuovo inizio”. Magari, anche con l’idea di unire il Paese in questa fase difficile.

E invece Giorgia Meloni ha scelto il registro dell’orgoglio ferito. Un discorso divisivo e tutto rivolto al suo mondo. Più che da premier di una nazione, da capo di una fazione, che preferisce un mix di autoesaltazione e vittimismo all’autocritica, lo sventolio di bandiere all’analisi pacata, il culto di sé da alimentare alla cultura di governo da praticare, l’idolatria dell’io alla fatica del noi.

Diciamo le cose come stanno: è stato il primo comizio della lunga campagna elettorale per le elezioni del 2027. Che, però, tanto assomiglia all’ultimo di quella appena conclusa, con tanto di sproloquio iniziale sulla bontà della riforma (bocciata). Compreso l’invito, rivolto ai magistrati, ad applicare le leggi e a non remare contro, col consueto corredo di polemiche con l’Anm.

Tecnicamente, si chiama rimozione (del principio di realtà), per evitare una dolorosa messa in discussione di sé. Al suo posto, pur di non fare i conti con la sconfitta, tutta la solita paccottiglia identitaria diventa una droga per riproporre l’uguale, se possibile in modo più testardo e rabbioso. L’uguale come evocazione del nemico, polemiche, anche gratuite, con la sinistra (pure sul Covid), in nome del mandato popolare ricevuto dal popolo nel 2022, riproposto come una clava nonostante il contro-mandato nelle urne di venti giorni fa. L’uguale come rivendicazione di un essere, affidato a parole d’ordine consumate, schiene dritte e teste alte, retorica del coraggio e del “metterci la faccia”, “vi sfido” e ci mancava solo un “boia chi molla”.

E l’uguale anche come rivendicazione, pedante ed enfatica, dello storytelling dei record, già propinato in tutte le salse in questi tre anni e mezzo di governo: occupazione cresciuta, salari aumentati, paese che sta meglio di prima, crescita. Come nello stornello romanesco, ci mancano solo le fontane che danno vino, e quanta abbondanza c’è. E davvero delle due l’una: o i risultati non sono tali oppure cotanto buongoverno non è stato compreso. E se il popolo non capisce, l’unica soluzione, come diceva Bertold Brecht, è cambiare il popolo.

Di tutti i terreni su cui si misura questa sorprendete separazione tra un’onnipotenza sfregiata e il “senso comune”, quello internazionale racchiude la vera difficoltà politica della fase. Netanyahu è innominato, proprio mentre bombarda la tregua e, a proposito di schiena dritta, Macron propone di ridiscutere l’accordo di associazione Ue-Israele; Trump a stento citato, anche qui, secondo il copione del ponte, pur essendo già franato sotto le bombe e alle pompe di benzina. Zero visione strategica sull’Europa se non quella affidata ai video di sostegno a Victor Orban, molto apprezzati da JD Vance. Insomma, l’esatto opposto dell’interesse nazionale.

E’ la fotografia di una difficoltà mal celata, ma anche di una natura profonda, propria di chi, per cultura e indole, è incapace, a fronte di un contesto che cambia, di una discontinuità con se stessa. Anzi, la vive come colpa e tradimento. Una gabbia, ideologica e psicologica. La chiamano coerenza, in verità è incapacità di strambare e andare in mare aperto come sanno fare i grandi timonieri. A proposito di coraggio. Di cambiare però.

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