Le parole di Donald Trump sull’auspicabile cambio di regime a Teheran e l’invio di una seconda flotta in Medio Oriente segnano un cambio di passo nelle trattative tra Usa e Iran, che avranno il loro secondo round martedì a Ginevra. Trump ha puntualizzato che la cacciata degli ayatollah sta nelle mani della popolazione e non deve dipendere da un intervento straniero, pure richiesto di nuovo in maniera esplicita dal figlio dello scià, Reza Ciro Pahlavi. L’ipotesi di un blitz, o di una lunga campagna aerea, per abbattere la Repubblica islamica non è più un’ipotesi.
Centocinquanta cacciabombardieri in tre “bolle”
Tra una settimana gli Stati Uniti avranno un numero sufficiente di cacciabombardieri, almeno 150, concentrati in tre “bolle” fortificate. Le due portaerei, una nel Golfo e una nel Mediterraneo, con la loro scorta di cacciatorpediniere e incrociatori lanciamissili, e la base di Muwaffaq Salti in Giordania, coperta dalle formidabili difese antiaeree israeliane. L’esigenza di sferrare un colpo mortale a Khamenei è soprattutto di Israele. Con sconcerto, l’establishment dello Stato ebraico ha visto nascere negli ultimi due anni un’inedita coalizione arabo-musulmana sempre più ostile. È guidata, con stili molto diversi, da Recep Tayyip Erdogan e Mohammed bin Salman. Il presidente turco è più altisonante e retorico, l’uomo forte saudita cova un risentimento nascosto, ma che emerge dalle sue azioni.
L’appello del senatore Lindsay Graham
Erdogan cavalca l’indignazione dell’opinione pubblica musulmana per Gaza. Ma è Riad ad aver compiuto uno svolta a 180 gradi. Dalla scontata adesione agli Accordi di Abramo a una campagna diplomatica e militare contro l’unico vero alleato di Gerusalemme nel Golfo, gli Emirati. A lanciare l’allarme è stato il senatore Lindsay Graham. Che si è rivolto ai sauditi con parole dirette: «Smettetela, sono stufo di questo schifo. Mohammed bin Zayed (il leader emiratino) non è sionista. State soltanto rafforzando l’Iran con questo conflitto. So che avete disaccordi in Yemen e Sudan. Ma siamo alla vigilia di un evento storico». L’appello è di unirsi agli Stati Uniti nelle pressioni sull’Iran. Ma i leader arabi hanno sotto gli occhi l’ultimo sondaggio dell’affidabile Arab Opinion Index. Solo il 7 per cento dei loro cittadini vuole la normalizzazione con Israele, e solo il 4 per cento dei sauditi.
Il ritiro Usa da Siria e Iraq
I nuovi equilibri regionali hanno spinto anche gli Stati Uniti a un riposizionamento. Nel massimo riserbo Washington ha chiuso tutte le sue basi in Siria, che nel 2019 avevano raggiunto un picco di 22, con ufficialmente 2 mila militari, in realtà molti di più contando i contractors. La scorsa settimana i militari di stanza ad Al-Tanf, uno snodo strategico al confine fra Siria, Giordania e Iraq, sono stati spostati nella base giordana. Il Centcom ha poi confermato in sordina che “entro alcuni giorni o settimane” tutti i soldati ancora nel Nord-Est della Siria, passato sotto controllo governativo, saranno trasferiti. I terroristi dell’Isis che erano nella prigione-campo di Al-Hol, 5700, sono ora nelle prigioni irachene. E nello stesso Iraq, lo scorso mese, le truppe statunitensi hanno lasciato la mega base di Ayn al-Asad, al centro dell’Anbar. Ora sono concentrate solo vicino all’aeroporto di Erbil, Kurdistan iracheno, più un piccolo nucleo a Baghdad, in tutto duemila uomini. Tutto questo anche per non essere esposte a rappresaglie iraniane in caso di guerra aperta con la Repubblica islamica.
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