Dunque è stato “no”. Con il referendum il popolo ha bocciato la legge costituzionale sulla separazione delle carriere fra giudici e pm. Nell’ultimo periodo il recupero di voti per il “no” è stato eccezionale. Evidentemente le persone non si sono lasciate ingannare dalla forte e costante propaganda del governo per creare un clima di avversione e di astio contro i giudici. Qualunque cosa abbiano sostenuto i fautori della riforma, il voto popolare ha riconosciuto che il giudice resta comunque “terzo” e imparziale fra pm e avvocati difensori, non sbilanciato a favore dei pm solo per effetto del suo rapporto di colleganza con essi. Ha riconosciuto che i giudici (salvo forse alcuni, ma in numero irrilevante) non sono politicizzati. Ha riconosciuto che il Csm non è condizionato dalle “correnti“ e non è (parole del ministro della Giustizia Nordio ) “paramafioso”. Così in definitiva il popolo ha ritenuto che non vi fosse motivo per modificare l’assetto della nostra magistratura quale disegnato dalla Costituzione.
IL PUNTO
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Il divario di voti è stato netto. E questo potrà forse avere qualche importanza per indicare i rapporti di forza fra gli schieramenti politici. Ma dato l’esito del referendum ciò che conta è che nel nostro sistema-giustizia tutto resta come prima che il Parlamento approvasse la legge di riforma. Non vi sarà la separazione rigida fra le carriere di giudici e pubblici ministeri (la separazione di fatto esiste già, dato che i passaggi da una funzione all’altra sono particolarmente difficili). Non vi sarà lo smembramento dell’unico Csm con la creazione di due Csm separati, uno per i giudici e uno per i pm, composti da membri individuati con sorteggio. Non vi sarà l’Alta Corte, a cui la riforma aveva assegnato il potere disciplinare sui magistrati sottraendolo al Csm (e i cui membri avrebbero dovuto venire anch’essi scelti in massima parte per sorteggio). Dunque è come se la legge di riforma non fosse mai esistita. Tanto rumore per nulla, come si dice.
Ma l’esito del referendum va comunque tenuto presente anche perché dimostra una cosa importante sotto il profilo della correttezza istituzionale. La Costituzione può essere modificata solo nel quadro di un ampio accordo fra le diverse forze politiche, e non con atti di imperio da parte di quella che è, in quel momento, la forza di maggioranza (come aveva tentato di fare il governo, che aveva approvato la legge di riforma rifiutando ogni apporto collaborativo da parte delle minoranze). Basti pensare a come è nata nel secondo dopoguerra la nostra Costituzione. L’Assemblea Costituente, che l’ha scritta e approvata, era composta da democristiani, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani, “azionisti”. E non vi è stata in essa una forza egemone che abbia cercato di imporsi sulle altre con il solo potere dei numeri. Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica. Le discussioni fra tutte queste forze politiche sono state lunghe (l’Assemblea ha lavorato per ben diciotto mesi) e trovare i giusti compromessi sulla sostanza e sulla formulazione delle varie norme è stato tutt’altro che facile. Si trattava di norme che esprimevano indirizzi politici fondamentali sui grandi temi del nuovo Stato che ne sarebbe nato. Ogni parola aveva un significato importante. Anche quelle che sembravano solo delle sfumature erano invece rilevanti. Si è soppesato ogni termine con estrema attenzione per trovare soluzioni che fossero accettabili alle pur diverse ideologie e sensibilità politiche, e che al tempo stesso non tradissero i princìpi fondamentali su cui il nostro Stato avrebbe dovuto reggersi.
il centrodestra
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Ma l’accordo è stato trovato. E la nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi, cioè per quasi ottant’anni. I suoi princìpi ci hanno governato bene, anche in momenti difficili. Oggi l’esito referendario conferma che non si può cercare di modificarla di forza, per scopi puramente di parte. Ed è la terza volta (dopo i referendum del 2006 sulla forma di governo e del 2016 sull’eliminazione del bicameralismo perfetto) che una incisiva riforma costituzionale “di parte” viene respinta dagli elettori. Vorrà pur dire qualcosa.
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