A favore della Casta. Contro la Casta. Per una magistratura più autonoma e indipendente. Per evitare che la magistratura perda autonomia e indipendenza.
Scorrendo gli slogan della campagna referendaria, sembra che sia utilizzato uno specchio deformante: le parole d’ordine utilizzate sono spesso sorprendentemente simili per quanto opposte, sia a favore del SI sia a favore del NO. Non solo. Il dibattito si è riempito di metafore e riferimenti pop, spesso lontani dalla questione giuridica. Si è arrivati perfino a evocare Sal Da Vinci e la sua “Per sempre sì”, come se una canzone potesse diventare una sorta di argomento politico.
È il segno evidente che la campagna referendaria stia assumendo toni sempre più politici, quasi fideistici, facendoci perdere di vista il punto centrale: il contenuto tecnico della riforma. Eppure non dovremmo andare a votare in modo epidermico. Altrimenti finiremo per decidere in base alle simpatie personali: perché Giorgia Meloni piace oppure perché il ministro Nordio non convince. Ma la democrazia vive di contenuti, non di slogan.
Facciamo un po’ d’ordine.
Il voto del 22 e 23 marzo riguarda un referendum costituzionale, perché il Parlamento ha approvato una revisione dell’organizzazione costituzionale della magistratura senza la maggioranza speciale richiesta dall’art. 138 della Costituzione. I padri costituenti avevano (saggiamente) ritenuto che, di regola, una modifica costituzionale debba essere approvata con la maggioranza dei due terzi dei voti, dato che eventuali modifiche alla Costituzione dovrebbero superare le appartenenze politiche. Non a caso la Costituzione fu approvata con l’88% dei voti favorevoli, malgrado nel 1947 fossimo già in piena guerra fredda.
Se invece i partiti non trovano questa convergenza, viene chiamato a esprimersi il popolo per integrare la sovranità rappresentativa con la sovranità popolare. Senza quorum, cioè contando semplicemente i voti validi. È già accaduto quattro volte: nel 2001 con la riforma delle Regioni, nel 2006 con la riforma Berlusconi sulla forma di governo, nel 2016 con la riforma Renzi-Boschi, sempre sulla forma di governo, e nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Il risultato è stato di due vittorie del SÌ e due del NO, probabilmente più di pancia che di testa, proprio perché non sempre è facile spiegare all’elettorato questioni molto tecniche. Proprio come sembra stia accadendo.
Siamo di fronte alla modifica parziale di sette articoli della Costituzione riguardanti l’organizzazione della magistratura. Secondo la teoria della divisione dei poteri, sappiamo che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente, autogovernato dal Consiglio Superiore della Magistratura. All’interno della magistratura si distinguono due funzioni: i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti (pubblici ministeri). Oggi l’accesso alla magistratura avviene tramite concorso unico; successivamente i vincitori scelgono in quale funzione operare, con la possibilità di cambiare una sola volta nel corso della carriera. La riforma, invece, distingue nettamente le due carriere, creando due percorsi completamente separati e due Consigli Superiori della Magistratura (uno giudicante e uno requirente). Inoltre, i due CSM non sarebbero più elettivi, come avviene oggi, ma composti tramite sorteggio. Verrebbe poi istituita un’Alta Corte disciplinare, separata dal CSM, chiamata a giudicare la responsabilità disciplinare dei magistrati, cioè i casi in cui i magistrati commettono errori o violazioni.
Ovviamente, come in ogni riforma, anche ogni singolo articolo in astratto ha dei pro e contro. Per limitarci a un solo esempio: il sorteggio dei componenti dei CSM potrebbe ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, ma allo stesso tempo rischierebbe di creare organi meno rappresentativi, proprio perché non scelti attraverso un’elezione.
La vera domanda, dunque, è una sola: con questa nuova architettura istituzionale la magistratura funzionerebbe meglio o peggio? Restando comunque consapevoli che gli effetti per noi cittadini sarebbero soltanto indiretti, visto che non si tocca il funzionamento della giustizia e dei processi. Insomma, una questione tecnica non semplice. Ed è forse proprio per questo che, nella campagna elettorale, gli slogan finiscono spesso per prevalere sulle spiegazioni.
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