La lezione di Umberto Eco: la scuola gioco da ragazzi

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Per concessione della casa editrice La Nave di Teseo pubblichiamo un testo di Umberto Eco a dieci anni dalla morte, tratto dal volume L’umana sete di prefazioni. Testi liminari 1956-2015, da oggi in libreria

Ci lamentiamo che i nostri ragazzi, spendendo ore e ore alla tv, non siano più capaci di parlare e usare bene la lingua. Basterebbe insegnargli che con la lingua si può anche giocare, e si divertirebbero persino ad andare a caccia degli errori sintattici dei presentatori tv.

Ersilia Zamponi, che insegna alla Scuola Media Rodari di Crusinallo di Omegna, Novara (segno che non è necessario vivere a Parigi per essere all’avanguardia), mi ha mandato tre ciclostilati con gli esercizi fatti dai suoi alunni, assicurandomi che li organizza “oltre” il programma normale. Si rassicuri, signora, potrebbe benissimo farli “invece” nel programma.

Infatti se l’insegnante fa rovesciare il senso di una poesia, siamo ben al di là del gioco: perché per rovesciare il senso, occorre prima capirlo, e poi esplorare il vocabolario, ed esercitare il buon senso… Non vedo a che cosa altro debba servire la scuola.

I ragazzi si ispirano alla rubrica di Giampaolo Dossena sul supplemento libri della Stampa, ma così facendo imparano i misteri della lingua italiana e si famigliarizzano col lessico e con le sue ambiguità. Fanno anagrammi, partendo da ciò che un ragazzo sa meglio, e cioè i nomi delle squadre di calcio, ma con Atalanta, Roma, Avellino, Fiorentina, Udinese, Cremonese, Inter e Torino, hanno composto una gentile poesia: «Tanta ala – amor – novellai – fino in arte – se in due – sere con me – entri – in orto». Ai premi Opera Prima arriva di peggio. Anagrammando proverbi, come «ogni simile ama il suo simile» hanno prodotto «A ogni missile i suoi mille ma», mentre da «Chi dice donna dice danno» hanno tratto: «Non decida chi dice danno – dica danno chi non decide». Non credo che alcun congresso femminista abbia mai detto di meglio.

Giocare al cambio di lettera («ombra, ambra, amara, amata… culle, tulle») significa conoscere il lessico “intus et in cute”. Fare il gioco dei lipogrammi (scrivere un lungo testo senza mai usare la “e”) ugualmente obbliga a lavorare sui sinonimi e a scoprire che ogni cosa si può dire in mille modi.

Così dicasi per testi composti solo di parole sdrucciole, o per le catene di parole, dove ogni parola seguente deve iniziare con la sillaba che conclude la precedente. Risultato, per esempio: «Il sorriso soffice celava vari ritorni», oppure «la nebbia bianca cavalca case segrete». Questa è la poesia del Novecento.

Ma gli esperimenti vanno oltre. Trovo ammirevole quello, ispirato da Queneau, dove di un brano poetico celebre si debbono solo conservare le ultime parole. L’inizio della Divina Commedia dà per esempio: «Vita – oscura, – smarrita. – Dura – e forte – la paura». Da Dante a Ungaretti. Forse l’ontogenesi del gioco riproduce la filogenesi della storia letteraria. Altro bel gioco è quello dei testi rivoltati. Palazzeschi consente un bellissimo «Tre grattacieli – con l’ascensore, – il cortile asfaltato, – traffico concitato: Rio Ob». L ’inno di Mameli suggerisce: «Sorelle di Francia, – la Francia va a letto». Può darsi che dei ragazzi educati all’umorismo non vadano più a sparare con la lanciarazzo negli stadi.

I nostri settimanali hanno il vezzo di comporre titoli che sono parodie di espressioni comuni, come “fuochi senza frontiere”. Talora è irritante, ma lo diventa meno se i ragazzi giocano a scoprire le regole retoriche che presiedono a ogni titolo, e poi per gioco ne compongono altri, su argomenti di attualità, più freschi da quelli immaginati dai miei stanchi colleghi: «P2 vuol dire sfiducia».

Potrei continuare a lungo. Arriviamo ai calligrammi, alla Apollinaire, e a giochi di squadra, ispirati a Breton che consentono l’invenzione di metafore freschissime. Per esempio: «La faccia è – un giornale – che dà notizie – senza parole». I fascicoli della professoressa Zamponi sono un ricettacolo di delizie. Ma debbo dire per onestà che cose consimili (non tento certami di qualità), mi sono arrivate negli ultimi anni da altre scuole.

La scuola come gioco, piacere, divertimento. In cui non solo si impara, ma si fa quello che gli scrittori di tutti i tempi hanno fatto, si capiscono le potenze bifide, esplosive nel linguaggio; e col linguaggio si esplorano i meandri della coscienza.

Alle origini, enigma, poesia e metafora sono strettamente intrecciati, Aristotele lo sapeva. La più alta delle metafore poetiche e il più meccanico degli enigmi hanno in comune il fatto che le parole possano dire più di quel che sembrano dire. Tra gioco di parole, lapsus, sogno e invenzione corrono legami sottili.

Coraggio ragazzi, malgrado i programmi ufficiali la scuola sopravvive.

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