Il ritorno di Meloni sulla scena del referendum ha diffuso un certo ottimismo nel campo del “Sì”. La pubblicazione dei sondaggi, come si sa, è proibita nelle due settimane che precedono il voto. Ma ieri nei corridoi di Montecitorio circolavano egualmente cifre ottimistiche, sia sull’affluenza ai seggi, sia sulla possibile vittoria dello schieramento favorevole alla riforma. E in un’intervista al “Dubbio”, vicino all’avvocatura, la premier s’è spinta a spiegare cosa accadrà se la riforma verrà confermata nelle urne, annunciando che la scrittura delle norme attuative verrà effettuata a Palazzo Chigi, in un tavolo in cui il governo si confronterà con le categorie interessate.
Questo, par di capire, con due obiettivi: evitare che la vittoria del “Sì” e la conseguente sconfitta del “No” in cui militano buona parte delle toghe e l’intera Ann, il sindacato delle toghe, abbia un senso punitivo per i magistrati. E far sì che il negoziato sui testi che dovranno andare in Parlamento ed essere trasformati in leggi, senza le quali la riforma non potrebbe partire, si svolga nel modo meno conflittuale possibile: a Palazzo Chigi e non lasciato al ministero di via Arenula, da dove, per bocca di Nordio e della sua capa di gabinetto Bartolozzi, sono partite le bordate più dure. Così che, una volta approvate le leggi di attuazione, la separazione delle carriere possa entrare in vigore senza ulteriori problemi.

L’ottimismo del governo, e in particolare della premier, partono infatti da una considerazione: la vittoria dei “Sì” può arrivare se l’elettorato centrodestra, e al suo interno quello di Fratelli d’Italia, viene coinvolto nella consultazione in nome del necessario sostegno da dare al governo, ma anche e soprattutto alla sua leader, richiamata in servizio per la fase finale della campagna per la sua nota capacità di mobilitazione. Ecco a cosa sta puntando Meloni: battere il “No” in nome della battaglia contro i giudici politicizzati che puntano a rallentare o a bloccare l’azione dell’esecutivo, e poi dar luogo a un largo compromesso con la magistratura e l’avvocatura. Anche perché, le norme attuative sono leggi ordinarie, che potrebbero finire alla Corte Costituzionale, mettendo a rischio la riforma com’è accaduto per quella delle Autonomie differenziate, e facendo ripartire tutto da capo.
LA MANIFESTAZIONE
Roma, al corteo del “no” al referendum, bruciato cartellone con immagine di Meloni e Nordio

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