La meraviglia al cinema è sempre una questione di tempi. Dai Lumière e Méliès al Cinerama, dal 3D ai film interattivi, ciò che oggi ci lascia sbalorditi è destinato domani a diventare routine. In questo senso Darren Aronofsky si tuffa nell’intelligenza artificiale con un ritardo lieve ma significativo. La scorsa settimana sono comparsi su YouTube i primi due episodi della sua nuova serie web, On This Day… 1776, prodotta dalla sua Primordial Soup e dai Time Studios, in collaborazione con Google DeepMind e Salesforce. Racconta la Rivoluzione americana attraverso brevi episodi da quattro-cinque minuti, interamente generati dall’Ai.
Fosse uscita due o tre anni fa, l’idea di un cinema in cui ogni elemento dell’immagine è artificiale ci avrebbe probabilmente sbalorditi. Oggi, invece, un progetto del genere viene accolto con una certa ferocia dalla critica internazionale. Angie Han sull’Hollywood Reporter scrive: «Questa non è arte, ma contenuto, e lo intendo nel senso più dispregiativo possibile». Il Guardian titola senza mezzi termini: «Requiem per un cineasta». Dentro, Stuart Heritage definisce la serie un involontario «film dell’orrore, brutto come il peccato».
Se fallire è sempre un problema per chi perde, On This Day… 1776 è però un fallimento interessante. È la prima volta che un autore di primo piano del cinema contemporaneo lega apertamente il proprio nome a un prodotto dichiaratamente Ai generated. Finora non sono mancati esperimenti indipendenti su Instagram, TikTok o nei cortometraggi da festival, spesso realizzati con strumenti come Runway, Pika o Sora. Nessuno, però, arrivava con in dote titoli come Requiem for a Dream, The Wrestler, Il cigno nero, una candidatura all’Oscar, un Leone d’Oro a Venezia. Non è un dettaglio, anzi, è uno spostamento del dibattito dal sottobosco dell’indie al centro dell’industria culturale.


La serie avrebbe voluto essere un manifesto dei traguardi raggiungibili dall’Ai applicata al cinema, ma finisce per mostrarci soprattutto ciò che non è ancora in grado di fare. In quei pochi minuti c’è tutto ciò che si richiede a un film o a una serie: campi medi e primi piani, montaggio dinamico, movimenti di macchina simulati. La grammatica visiva è formalmente corretta, ma manca qualcosa di decisivo: l’imprevisto. Il cinema nasce dalla frizione tra ciò che è previsto e ciò che accade davvero: uno sguardo che arriva in ritardo, una pausa sbagliata, un volto che tradisce un pensiero. L’Ai, almeno per ora, tende invece a una forma di iper-coerenza sterile, dove tutto è verosimile ma nulla è necessario.
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Se aveva ragione Edgar Morin quando scriveva che il cinema è «una macchina che produce immaginario, ma anche identificazione», On This Day… 1776 mostra come l’Ai si riveli efficace nel primo aspetto, molto meno nel secondo. Quando il volto di George Washington appare per la prima volta, la sensazione non è di stupore ma di distanza. Non perché l’immagine sia irriconoscibile, ma perché è troppo riconoscibile e insieme sbagliata. L’estetica è plasticosa, gli occhi inespressivi, i movimenti innaturalmente fluidi. Anche le referenze risultano fin troppo evidenti, con Benjamin Franklin che assomiglia in maniera inquietante a un Anthony Hopkins deformato. Così, invece di seguire la storia, ci si sorprende a interrogare l’immagine stessa, con il turbamento che suscitano i manichini: è quell’effetto perturbante che gli occidentali chiamano «uncanny valley».
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Il paradosso più rivelatore riguarda le voci, l’unico elemento davvero riuscito della serie, l’unico umano. In un progetto che rivendica l’uso estensivo dell’intelligenza artificiale, il parlato è affidato ad attori in carne e ossa. La scelta sa di compromesso e tradisce un sospetto: lasciata sola, l’Ai non regge il peso del racconto. Ha bisogno dell’umano per non collassare in superficie.
Gli strumenti, certo, evolvono rapidamente. Ogni nuova versione migliora la coerenza delle immagini e dei personaggi. Il vero interrogativo, allora, non è «se» ma «quando» l’Ai sarà in grado di sostenere un’opera lunga. E, soprattutto, chi vorrà guardarla. La serie di Aronofsky non è soltanto un inciampo tecnico. È il sintomo di un’industria affascinata dall’idea di ridurre costi e accelerare la produzione, ma ancora incapace di comprendere che il cinema non è un’equazione da risolvere ma un mistero da preservare. Una storia, in ultima analisi, è sempre l’incontro tra una coscienza e il mondo. Finché le macchine non avranno una coscienza (se mai l’avranno) il cinema resterà nostro.
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