La storia vera di Abul Mogard, il falso operaio serbo che è diventato un maestro dell’ambient

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Negli ambienti musicali più sperimentali, il nome di Abul Mogard cominciò a circolare nel 2010. Non si sapeva molto di lui, se non che veniva da Belgrado e per anni aveva lavorato in una fabbrica. Finalmente libero dalla schiavitù dei turni, aveva cominciato ad armeggiare con vecchi sintetizzatori componendo brani oscuri e rumorosi, che in qualche modo ricordavano suoni e ritmi delle catene di produzione. “Ho aperto profili a suo nome su SoundCloud e Facebook, dove ho condiviso i brani giorno per giorno, subito dopo averli registrati. L’immagine del profilo era quella di un signore anziano. Era un modo per capire come reagivano le persone, e la risposta è stata incredibile”, racconta Guido Zen, romano, 52 anni, da decenni impegnato nella musica elettronica come compositore e produttore.

“Volevo che questa musica fosse scollegata da tutto quello che avevo fatto. Avevo già pubblicato dischi con altri progetti, ero associato a un certo tipo di suono. Ma non mi sentivo libero di fare qualcosa di nuovo, se non inventandomi una distanza. L’alter ego mi ha permesso quel distacco”. Abul Mogard è nato così, con l’aiuto della collaboratrice storica Marja de Sanctis, che oltre ad aver realizzato le copertine di quasi tutti i suoi dischi ha contribuito a scriverne la biografia: un deepfake ante litteram, o – a voler trovare un riferimento letterario – un eteronimo come quelli di Pessoa, con una lingua e una vita proprie.

Attualmente la discografia di Abul Mogard conta 11 dischi, più varie collaborazioni e alcuni live; i suoi concerti rimangono rari, e perlopiù all’estero: “All’inizio non sapevo come presentarmi, non avevo proprio pensato di suonare dal vivo. Così, per il primo concerto nel 2012 all’Half Die Festival di Roma, mi presentai sul palco con una maschera grottesca, un pezzo di cartone con la faccia di Abul Mogard. Dopodiché per anni non me la sono sentita di fare concerti. Il progetto aveva avuto una risonanza molto più grande di quanto mi aspettassi e volevo proteggere questo alter ego nel quale mi sentivo a mio agio a fare musica. Finché arrivò l’invito del Berlin Atonal. Mi sembrava un posto così bello che escogitammo un modo per suonare nascosto dietro dei teli, all’interno di una scenografia creata da Marja, su cui venivano proiettati i suoi visual. Di me si vedeva al massimo una silhouette. Per i primi due anni facemmo così”.

La fama del musicista serbo cresce presto, Thom Yorke dei Radiohead lo inserisce nella scaletta di una sua trasmissione alla BBC, registi come Ridley Scott e Denis Villenueve usano la sua musica. Lo adotta anche la moda, da Lancôme a Ferragamo. Si esibisce in festival importanti come Mutek e Inner Spaces, da solo o con altri; le sue composizioni risuonano nella Union Chapel di Londra e all’Haus des Rundfunks di Berlino.

Il “vero” volto di Abul Mogard

 

Suoni lunghi, distorti, complessi, che nascondono mondi interi: per immaginare la musica di Abul Mogard si potrebbe pensare al Wagner più intimo, quello dell’Idillio di Sigfrido, riprodotto attraverso un vecchio impianto a valvole al massimo del volume, in uno spazio enorme e pieno di echi. È ambient music, non perché decora graziosamente un ambiente: lo crea, invece, isolando l’ascoltatore dal mondo esterno e alterando il senso del tempo. È quello che succede anche in In a Few Places Along the River, che a marzo sarà pubblicato per la prima volta su vinile: tre brani, fatti di droni stratificati e texture spettrali, composti tra il 2019 e il 2022 con strumenti analogici e digitali. E l’eco lunghissima dei serbatoi di Inchindown, un deposito sotterraneo di stoccaggio di petrolio nelle Highlands scozzesi, dove nasce la più lunga riverberazione fra tutte le strutture costruite dall’uomo: alla musica di In a Few Places Along the River dona una risonanza inquietante e un senso di spazio sospeso. “Mi piace essere avvolto da questi suoni – dice Guido Zen – e scoprire che i pochi minuti di un brano sembrano durare ore intere o viceversa. A un certo punto, quando spingi saturazioni e riverberi lunghissimi, tutto si confonde: accordi, melodie, armoniche diventano un corpo unico. Su di me questo ha anche un effetto terapeutico, mi calma. Se poi altre persone trovano la stessa risonanza, mi fa piacere, ma non penso alla mia musica come una cura”.

Ma oggi, a 16 anni dal debutto, Abul Mogard come sta, cosa fa? “Scrive brani più complessi, all’inizio la sua era un’estetica minimale, molto spartana; con gli anni il suono si è stratificato sempre di più”. Intanto l’ex operaio di Belgrado ha passato il testimone al musicista romano: “Tra il 2019 e il 2022 la mia vita è cambiata in maniera radicale, è nata mia figlia, da Londra siamo tornati in Italia. E mi sono reso conto che Abul all’inizio mi ha dato la grande libertà di fare quello che volevo, ma cominciava a diventare un limite: ogni volta che pubblicavo un brano dovevo capire se era in linea con lui e la sua storia. Ho avuto paura di diventare la caricatura di me stesso, una cosa che ho sempre cercato di evitare perché è il rischio che corri quando inizi a fare diversi dischi e magari ti appoggi su soluzioni che hai già usato tante volte. Allora ho sentito che poteva essere il momento giusto per rivelare la mia identità e andare avanti”. Così ogni album segna a suo modo un cambiamento: Circular Forms (2015) introduce il sintetizzatore modulare avviando una sperimentazione che giunge a maturazione in Above all Dreams, pubblicato tre anni dopo; Kimberlin è una colonna sonora sui generis; In Immobile Air (2021) è incentrato sul pianoforte. “Ho cercato di far diventare il progetto sempre più estremo”, racconta Zen. “Con In Immobile Air ho lavorato sulla composizione, lasciando molti spazi vuoti, cosa che in precedenza non avevo mai avuto coraggio di fare. Nell’ultimo album ho usato suoni così vicini alle dissonanze, così sovrapposti da creare degli intrecci estremamente complessi: sarebbe bastato spingermi un po’ oltre e il risultato non mi sarebbe più piaciuto”.

Quiet Pieces è del 2025: 5 brani, solo 39 minuti, ma talmente denso e complesso che sarebbe impossibile pensarlo più lungo. Costruito come un collage, è un misto di pezzi vecchi e nuovi: “Sono partito dall’idea di raccogliere pezzi ambient iniziati nel corso degli anni e mai finiti. Ma contemporaneamente stavo portando avanti un altro progetto, basato su dei 78 giri trovati a casa dei miei. Poi mi sono reso conto che i suoni che stavo campionando da quei vecchi dischi erano perfettamente compatibili con alcuni degli altri brani su cui stavo lavorando, anzi erano proprio ciò che mancava”. Concettualmente siamo dalle parti di Lamentations di William Basinski, ma in realtà qui dei brani originali rimane solo il colore sonoro, non c’è assolutamente niente che li renda riconoscibili. Quiet Pieces è un disco omogeneo e coerente, un altro passo nell’evoluzione della musica di Abul Mogard: “I suoni sono elaborati talmente tanto che non sempre riesco a ricostruire come sono arrivato a certi risultati, ma c’è un filo rosso che lega questi brani: tutti utilizzano dei sample da fonti esterne. Per me è la prima volta”.

Dettagli minimi, che però fanno la differenza: un suono di archi campionato e utilizzato come un Mellotron, una nota singola che dà profondità a In a studded procession: “Era completamente realizzato con il synth, ma per farlo funzionare davvero serviva una parte più organica, più sporca”. Non c’è filologia sonora, e nemmeno ricerca della citazione facile per suscitare un’emozione. C’è un lungo lavoro di riscrittura, passato attraverso ripensamenti, cancellature e sovraincisioni. Un lento accumularsi di tracce sonore, durato oltre dieci anni, riassunto in un brano di otto minuti, che sembra immobile, invece è pieno di movimenti che si intrecciano, si sovrappongono, si scontrano e si completano a vicenda.

Eppure, dentro questa complessità, non c’è nulla di superfluo: “Ultimamente ho lavorato molto sulla sottrazione. Se mi accorgo che un suono non è davvero fondamentale, anche se è bello, tendo a toglierlo: ogni elemento di un brano deve avere una funzione precisa, altrimenti resta lì solo come abbellimento, e non mi interessa”.

A dispetto del titolo, i brani di Quiet Pieces suonano meglio ad alto volume. Per l’impatto fisico delle basse frequenze, ma anche perché dal magma del suono emergono linee melodiche, intrecci, frequenze che si sovrappongono e creano risonanze altrimenti non udibili. È una scelta precisa, visto che è stato mixato e masterizzato in modo tale da poter essere ascoltato a volume elevato. “Ho pensato di scriverlo sulla copertina, come si faceva una volta. Ma mi piace lasciare che ogni ascoltatore trovi la sua strada nella mia musica, non voglio spingere qualcuno verso un’interpretazione o un’altra”. Spiegare, dividere, giudicare sono operazioni razionali, ma per Abul Mogard – Guido Zen il metro di valutazione è un altro: “L’idea dietro la mia musica è sempre la stessa: che sia sincera, onesta, capace di dare emozioni a me e a chi la ascolta”.

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