NAPOLI. Quella del piccolo Domenico «è una vicenda tragica e capisco bene il dramma che la famiglia sta vivendo». Ma è anche una «vicenda unica nel suo genere, che pone problemi nuovi e impone riflessioni alle quali non ci si può sottrarre». Il medico anestesista Mario Riccio, che assistette Piergiorgio Welby, apre interrogativi inevitabili in una storia «che tutti ci auguriamo possa concludersi con un lieto fine», ma che sul piano medico richiede comunque valutazioni rigorose. Tra queste l’opportunità di destinare un cuore a un bambino i cui organi sono già in sofferenza.
Oggi si riuscire l’Heart Team per capire come procedere. E’ verosimile che il bambino possa rimanere attaccato all’Ecmo per un tempo indefinito?
«Prima o poi una decisione dovrà essere presa. L’Ecmo, soprattutto durante il Covid, ha salvato molte vite, ma produce effetti come continue martellate sugli apparati principali. Non si può vivere collegati all’Ecmo: non è un ventilatore portatile che si può spostare con una bombola di ossigeno. È una condizione che non può essere prolungata indefinitamente. Se l’unica prospettiva restasse l’attesa, allora bisogna interrogarsi sull’appropriatezza di continuare».
Alla luce dell’uso prolungato dell’Ecmo e del possibile coinvolgimento di altri organi, quali sarebbero oggi le reali probabilità di successo di un eventuale trapianto di cuore?
«Questo è il nodo più delicato. Un cuore per un bambino di due anni è una risorsa rarissima: già in generale i cuori sono pochi, in età pediatrica lo sono ancora di più. Se anche un organo compatibile dovesse emergere dalla rete nazionale o europea, bisogna chiedersi: è giusto destinarlo a un paziente che potrebbe non essere più in grado di reggere il trapianto? Oppure è giusto destinare il cuore a chi ha più possibilità di successo del trapianto?».
Se il bambino non fosse più considerato idoneo, chi decide sull’eventuale sospensione dell’Ecmo?
«Non si tratta di “costringere” qualcuno. Il primo criterio è il miglior interesse del paziente. Il genitore non esercita un potere assoluto, ma una responsabilità: non può imporre al medico una terapia che sia ritenuta inutile o dannosa. La decisione è collegiale e si cerca sempre il dialogo con la famiglia. Se però non si raggiunge un accordo, la questione viene rimessa al giudice dei minori, che è l’autorità chiamata a decidere».
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