«Sono pronto a lasciare il mio incarico quando il Papa deciderà. Mi immagino che mi sia dato di vivere in una comunità per pregare, per prepararmi a morire con Cristo e a risorgere con lui; forse anche per andare a trovare gli amici e per leggere buoni libri. Chi sa?». Nove anni alla guida della diocesi più grande del mondo: l’arcivescovo di Milano e presidente dell’episcopato lombardo Mario Delpini, a ridosso dell’età canonica per le dimissioni, racconta luci ed ombre della metamorfosi della capitale morale d’Italia. E spiega: «Ho pensato di chiedere un’udienza a Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. Ho esposto al Pontefice le buone ragioni per provvedere alla mia sostituzione in estate ma lui ha espresso l’orientamento a non accettare subito le mie dimissioni. Io sono piuttosto fanatico delle scadenze però se serve sono disposto a proseguire il servizio alla comunità finché non sarà deciso altrimenti».
In vista dei suoi 75 anni quale bilancio per Milano?
«In piazza Duomo è diventato raro sentire parlare italiano: Milano è diventata meta desiderabile per gente di tutte le parti del mondo. Una nuova linea metropolitana ha cominciato a funzionare: Milano si è confermata efficiente nei servizi. Si sono allungate le code alle mense per i poveri, si sono allungate le liste di attesa per le prestazioni sanitarie negli ospedali pubblici: c’è molta più gente che chiede e del resto c’è molta più gente che offre. Milano quindi è contraddittoria. Sono aumentati i cani e diminuiti i bambini: intanto Milano invecchia».
Con quali effetti pratici?
«È forse destinata a diventare una città senza cittadini? La gente non è stanca della vita, perché la vita è un dono di Dio che continua a essere motivo di stupore e di gratitudine. La gente è stanca di una vita senza senso, che è interpretata come un ineluttabile andare verso la morte. È stanca di una previsione di futuro che non lascia speranza. È stanca di una vita appiattita sulla terra, tra le cose ridotte a oggetti, nei rapporti ridotti a esperimenti precari. Milano è stanca perché è stata derubata dell’“oltre” che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro».
Dunque crescita economica e declino morale?
«Il messaggio cristiano è diventato insopportabile, a Milano come in gran parte del mondo. L’annuncio della risurrezione di Gesù è accolto con scetticismo, cioè preferiamo essere disperati, piuttosto che fidarci di Dio e dover ringraziare. Inoltre l’annuncio del Vangelo è spesso accolto come un manuale di buoni sentimenti e di pensieri profondi. Preferiamo raccogliere qualche frase che ci conferma cosa pensiamo, piuttosto che accogliere l’invito a convertirci e seguire Gesù, Figlio di Dio e vivere come figli di Dio. Censurato il messaggio dei cristiani, nella persuasione che la Chiesa non ha più niente da dire a gente così intelligente, evoluta, aggiornata come sono i milanesi delle vetrine, la Chiesa ambrosiana si rende presente dietro le vetrine e continua a celebrare la sua adorazione a Dio, continua a educare i giovani alla speranza e alla fraternità, offre una parola di consolazione agli afflitti e a coloro che sono provati dalla vita. Sempre».
C’è anche una crisi di fede?
«La Chiesa, dietro le vetrine, dà da mangiare agli affamati, cerca casa per i senza tetto, cerca di dare lavoro a chi non ce l’ha. La Chiesa è molto apprezzata per il bene che fa, a patto che non dica da dove viene l’amore di cui arde. Però la Chiesa resta lì, vive di preghiera e di carità a tutti».
Quali sono i mali sociali?
«Il virus che decreta il declino della nostra società si chiama individualismo. C’è infatti una pandemia che induce alla stolta convinzione che il criterio del bene e del male è l’io solitario. L’io solitario convince a mettersi nella posizione del cliente che pretende di essere servito, insinua una suscettibilità che non sopporta indicazioni, norme, inviti a conversione, proposte di dedizione. Questo è il principio per cui la convivenza è un fastidio, ossia l’altro è una minaccia e la responsabilità per gli altri, per l’ambiente e per il futuro è insopportabile».
Come si contrasta il dilagare della cultura dell’odio?
«Credo che in ogni uomo e in ogni donna ci sia un desiderio di felicità. Molti, a quanto pare, ignorano come si possa portare a compimento questo desiderio e cercano la felicità per strade che portano nell’assurdo. Infatti, l’odio è assurdo. I cristiani conoscono come uscire dall’assurdo e incamminarsi verso la felicità, cioè il perdono, l’umiltà, l’amicizia con Gesù, la fraternità universale. Talora, però, ho l’impressione che sia di moda l’assurdo. Spero che la moda dell’assurdo passi prima che l’umanità si distrugga. Non c’è tempo».
La stanchezza sia causa sia effetto di questo disagio?
«La gente è stanca di un lavoro che non basta per vivere, di un lavoro che impone orari e spostamenti esasperanti. La gente è stanca degli incidenti sul lavoro. La gente è stanca di constatare che i giovani non trovano lavoro e le pretese del lavoro sono frustranti. La gente è stanca della burocrazia, dell’ossessione dei controlli che tratta ogni cittadino come un soggetto da vigilare, piuttosto che come una persona da coinvolgere nella responsabilità per il bene comune».
Cosa rimane più impresso del contatto con la gente?
«L’accumularsi dei problemi, i disastri che affliggono popoli, famiglie, ambienti, i comportamenti spesso incomprensibili e le situazioni sconcertanti mi raggiungono come parole, gemiti, invocazioni, grida di rabbia, suppliche. Dagli incontri che mi è dato di vivere, dalle confidenze che raccolgo mi sono convinto che si può riconoscere come uno dei sentimenti diffusi una sorta di spossatezza, come di chi non ce la fa più e deve continuare ad andare avanti. Quello che più mi dispiace è la costatazione dell’impotenza di fronte all’infelicità del mondo. Tuttavia, le visite pastorali di questi quasi 9 anni di episcopato e l’incontro con le comunità cristiane sono sempre eventi molto significativi e stupefacenti. Sono pieno di gratitudine per quello che si fa in ogni comunità che ho visitato. Un gran numero di persone contente di far contenti gli altri, anche a costo di fatiche e sacrifici. In fondo rimane nella gente una predisposizione al bene, una capacità di servire che, secondo me, è una prova che siamo fatti a immagine di Dio».
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