Le Bambole di Pezza: “Vogliamo il rock e la parità”

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Stridono sempre un po’ le donne che suonano. Sembrano una novità, più spesso un’anomalia. Perché non siamo abituati a vederle, soprattutto nel mainstream, se non come interpreti, o soliste. Nel pop, le girl band hanno avuto una vita intensa ma breve: le Spice Girls, le capostipiti, non hanno lasciato eredi. Nel rock, sono rimaste ai margini anche quando hanno avuto un successo mondiale: le Hole o le Slits non fanno né canone né storia del genere. Come le scrittrici, le artiste, le registe, le attrici, anche le musiciste stanno tutte nelle appendici, nelle versioni femminili, negli spazi paralleli, mai al centro del catalogo, mai nel capitolo portante del manuale di Storia. Eppure, «di donne che suonano ce ne sono moltissime. E oltre alle musiciste ci sono le foniche, le tecniche: abbiamo tenuto a mostrarle nei nostri video perché ci rendiamo conto che esiste un grosso problema di rappresentazione: ci siamo ma non siamo rappresentante. Io da piccola ho creduto a lungo che suonare fosse un mestiere da maschi, perché vedevo farlo solo ai maschi. Ho capito che non era così quando ho visto una donna che suonava il pianoforte sul palco di Sanremo», dice Cleo, voce delle Bambole di Pezza, la band che a Sanremo ha suonato Resta con me, e che si è presentata come rock band femminista, sentendosi per questo domandare, durante una conferenza stampa, se il femminismo abbia ancora senso, visto che «le donne italiane in casa comandano, e vanno a lavorare come gli uomini», accendendo un dibattito perfetto per il festival più sgarbatamente impari degli ultimi anni. Hanno fatto, su quel palco, quello che si promettono di fare da sempre, e che ribadiscono in 5, il loro ultimo disco, il quinto: «essere la crepa che rompe il sistema». E ora raccolgono un successo che non si aspettavano. Piacciono anche ai preti, che su Facebook condividono il testo di Resta con me con le loro comunità dinfedeli.

Diversamente da quello che hanno scritto praticamente tutti, le BdP non sono state la prima punkrock band femminile ad andare all’Ariston: prima di loro, ci furono le Lipstick, nel 1990, con Che donne saremo (canzone validissima, ma loro rimasero meteore).

Al festival, però, le BdP sono state il primo gruppo composto integralmente da militanti femministe. La militanza entra nei loro testi nello stesso modo in cui tutte e 5 salutano il pubblico o si accomiatano dopo aver suonato: alzando un dito medio e mimando un cuoricino, facendo l’inchino di fronte e di chiappe, tenendosi sempre per mano, cinque su cinque o anche solo due su cinque, mentre si raccontano. Fanno spazio alla tenerezza, al fucsia, alla complicità, alle sfumature. Sanno che il rock non è stato uno spazio accogliente per le donne, e stanno attente a non scimmiottarne le provocazioni, gli stilemi, le durezze che lo hanno reso un genere non solo prevalentemente maschile, ma spesso anche machista. E all’immaginario machista del rock, a certe sue seriosità, oppongono il calore del loro divertimento. Sorridono tantissimo: sanno che ridere e divertirsi è la ribellione più profonda delle donne, ed è ancora straordinariamente raro vedere artiste che si divertano, che siano sorelle, cioè unite, non solo nella lotta ma anche nel piacere, o che uniscano lotta e piacere. «Il femminismo è un guastafeste, sì, ma è anche una battaglia spassosa, porta colore e luce nella nostre vite».

Certo, ci sono i testi sull’amore che deve essere protesta, e che non deve mai essere dipendenza, sulla scoperta esaltante dell’autonomia, sull’importanza di smontare l’idea che la fatica nelle relazioni sia sempre necessaria, sulla potenza gentile che regala accettare le contraddizioni e incarnarle, sul corpo come mezzo di scelta e non come spazio di giudizio, ma prima di tutto questo, e per tenere tutto questo insieme, ci sono il divertimento e la leggerezza: è questo a essere profondamente femminista nella loro proposta.

Le Bambole di Pezza esistono dal 2002, e della formazione di allora ci sono Morgana Blue e Dani, le due chitarriste: Cleo (voce), Xina (batteria) e Kaj (basso) sono arrivate cinque anni fa. «Non litighiamo praticamente mai, se non per sciocchezze: stress, ritardi, stanchezza. Come nelle vecchie coppie che si amano», dice Morgana. «Però discutiamo molto. Sui testi soprattutto: siamo cinque persone molto diverse, e ci siamo sempre ripromesse di scrivere canzoni in cui ciascuna si sentisse pienamente rappresentata. Le discussioni però non tracimano mai e credo che sia perché abbiamo tutte una voglia enorme di far parte di una band», dice Cloe.

Si chiamano Bambole di Pezza per dire due cose: vogliamo giocare, primo; non siamo fatte con lo stampino, non siamo di plastica, siamo di pezza perché siamo imperfette, materiche, pezzi unici, secondo.

Si godono il successo dopo anni di gavetta e di sfiducia da parte di produttori, agenti, proprietari di locali: «Le difficoltà di suonare musica indipendente sono le stesse per musiciste e musicisti, però verso le donne c’è un pregiudizio in più. Ci siamo sentite rifilare un numero infinito di volte dei no senza che nemmeno ci lasciassero provare a suonare, perché erano certi che non avremmo riempito il locale». Non hanno mai desistito. Nel 2022, sono riuscite a mattersi in contatto con Jo Squillo e, con lei, hanno scritto e suonato Non sei sola, una canzone contro la violenza di genere, uscita il 25 novembre dello stesso anno: il primo battesimo davanti al grande pubblico.

«Jo è stata una delle prime a credere in noi, le dobbiamo tantissimo. Continuiamo a coinvolgerla tutte le volte che possiamo in quello che facciamo, e lei fa altrettanto. Siamo innamorate del suo entusiasmo e del suo impegno per le donne. Ammiriamo enormemente la sua relazione con la sua figlia elettiva: scegliere chi amare, di chi diventare madri, ci sembra un atto potentemente rock e femminista».

Cos’altro è rock? «Dare voce a tutti. Essere per tutti. Una popstar può suonare un pezzo rock e farlo anche molto bene». E voi non potete suonare la trap? «Nel nostro disco precedente c’erano alcune ibridazioni con la trap. Tutti gli incroci ci interessano: possiamo permetterceli adesso perché adesso abbiamo trovato il nostro sound – che chiamiamo “bamboloso” – e, quindi, non perdiamo identità anche se ci contaminiamo», dice Morgana. La trap, però, declina, mentre il rock torna. «Che il rock torni non lo so davvero, e non so quanto. Però è vero che la trap tramonta, e credo sia perché non è una musica di ribellione, cosa di cui ora si sente il bisogno: si è incistata nella ripetizione di canzoni musicalmente molto simili con testi molto simili che ruotano troppo spesso intorno a soldi, sesso, maschilismo», dice Cloe.

In 5, si parla in due pezzi diversi di un’astronauta. «Perché ci ha molto colpite la storia e la figura di Samantha Cristoforetti e perché le astronaute vanno oltre l’orizzonte: è quello che vogliamo fare anche noi».

Neanche una canzone d’amore sull’amore. Come mai? Cloe: «Non è vero: l’amore è ovunque nel disco. Solo che non è quello che ci insegnano, quello romantico, fatto di sopportazione e sacrificio. Noi sentiamo la responsabilità di quello che cantiamo e rappresentiamo, e siamo andate a Sanremo anche per questo: ci sembra importante dare alle persone motivazioni diverse, strumenti di libertà e di emancipazione, contronarrazioni. Di solito nelle canzoni d’amore o si piange di commozione per la potenza del sentimento per l’altro o si piange per averlo perso. Noi, invece, cantiamo quanto si brilla quando si lascia andare una relazione in cui non si sta bene. L’amore deve essere facile e felice, altrimenti è giusto andare via. Io ho sofferto di acne per molto tempo, ho provato cure di ogni tipo, alla fine ho lasciato l’uomo con cui stavo e la pelle mi è tornata sana in poche settimane». Amano molto parlare delle loro vite. Dicono: «Abbiamo suonato per anni. Ora finalmente qualcuno vuole sapere cosa pensiamo e chi siamo. Ci elettrizza poterci raccontare, siamo tutte figlie e nipoti di donne straordinarie, che ci hanno rese chi siamo con l’esempio. Noi vorremmo dare sia l’esempio che le parole. Ogni tanto ci rimproverano di essere volgari. Sotto il video di “Favole (mi sono rotta il cazzo)”, un nostro vecchio brano, ci sono duemila commenti di donne e uomini scandalizzati perché le donne, secondo loro, non dovrebbero dire parolacce. Non credo che a nessuna rockstar maschio sia mai stata fatta un’obiezione tanto ridicola».

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