Per sapere come sarà il mondo tra cinque anni, conviene chiedere a Pechino. Tra i fuochi incrociati di una guerra ormai regionale in Medio Oriente, il Partito comunista cinese approva senza troppo clamore il suo quindicesimo piano quinquennale. Sulla carta, l’ennesimo esercizio di programmazione dal sapore sovietico-maoista. In realtà, una cartolina spedita dal futuro: ecco il mondo che la Cina si aspetta, e il modo in cui intende abitarlo.
Mentre Washington è impegnata a modellare la sua personale versione del disordine globale e l’Europa arranca nel tentativo di ritrovare se stessa nel mezzo dello smarrimento planetario, Pechino fa ciò che sa fare meglio: si prepara e aspetta. Lo fa con la certezza silenziosa di chi ha già fatto i conti con un mondo che sarà molto diverso da quello stabile, prevedibile e globalizzato che ne ha alimentato l’ascesa per oltre vent’anni.
Per questo, tra previsioni di città popolate da robot umanoidi e autostrade del cielo percorse da taxi volanti — rigorosamente di marchio locale — la Cina viaggia dritta verso l’autosufficienza strutturale. Autonomia tecnologica, sicurezza delle catene di approvvigionamento, capacità produttiva interna: se non fosse per lo stile sobrio e disciplinato della sua leadership, la ricetta del “Make China Great Again” firmata Xi Jinping sarebbe la copia carbone, in versione speculare, di quella del suo omologo a Washington. Entrambi hanno capito, ciascuno a modo suo, che il futuro appartiene alle grandi potenze e che finiranno per spartirselo tra strette di mano cordiali e dolorosi ceffoni strategici, a seconda di come gira il vento.
La vera ambizione di Pechino è tenere insieme due dimensioni apparentemente opposte: da una parte la visione di lungo periodo, dall’altra la capacità di tradurla immediatamente in comportamento politico. È in questa luce che va letta la sua glaciale compostezza di fronte alla guerra in Iran. Teheran è uno dei principali fornitori energetici cinesi, un importante membro dei Brics e un alleato dichiarato nel progetto di un ordine globale alternativo all’egemonia americana. Eppure, tra una dichiarazione di “grave preoccupazione” e qualche condanna pro forma, finora la leadership cinese si è ben guardata dal muovere un dito.
La spiegazione è meno misteriosa di quanto appaia. Basta aprire un qualsiasi manuale di relazioni internazionali per capire che la Cina non è mossa né da alleanze militari né da fratellanze ideologiche, bensì dalla tutela del suo portafoglio geopolitico. L’Iran è un asset utile, ma non certo un titolo per cui valga la pena mettere a rischio l’intero capitale strategico. Del resto, Pechino ha costruito con pazienza una rete di relazioni regionali così ampia e diversificata — dall’Arabia Saudita agli Emirati, dal Qatar all’Egitto — che se un titolo dovesse crollare, altri potrebbero compensarne la perdita. Non è esattamente la situazione che spinge una potenza prudente a sfidare direttamente Washington.
IL RETROSCENA
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Dietro questa cautela c’è però una ragione ancora più sottile, e più rivelatrice. Se gli ayatollah dovessero cadere sotto i colpi di un intervento militare esterno, la Cina potrebbe incasellare l’evento nella consueta narrativa dell’aggressione imperialista e della violazione del diritto internazionale. Un episodio grave e violento, certo, ma politicamente gestibile, in attesa di fare affari con i nuovi inquilini di Teheran, chiunque essi siano. Ben diverso sarebbe lo scenario se il regime crollasse per implosione interna, travolto da una rivoluzione popolare. Un sistema autoritario che si sgretola a causa della propria debolezza strutturale è un virus capace di superare le frontiere e diffondersi nelle coscienze. L’unico genere di contagio davvero capace di tenere Xi sveglio la notte.
Molto più saggio, dunque, attendere. Osservare con olimpica pazienza, mentre Washington brucia credibilità e risorse nel Golfo Persico, e nel frattempo rafforzare la propria resilienza. Non nel significato retorico e ormai inflazionato che il termine ha assunto nel nostro gergo politico, ma in quello ingegneristico originario che innerva la visione strategica cinese: la capacità di assorbire energia sotto pressione senza spezzarsi, e senza opporsi al cambiamento. Bensì sopravvivendogli.

È una differenza di postura che racconta bene la diversa lettura del momento storico. Se gli Stati Uniti sono sempre più decisi a ribaltare l’ordine internazionale per accelerare la nascita di uno nuovo, la Cina ha già ben chiaro che dalle macerie del vecchio mondo emergeranno configurazioni inedite, ad oggi né prevedibili né governabili. Dalla sua prospettiva, l’unica mossa sensata è quella appresa dalla sua lunga storia: prepararsi a sopravvivere a qualunque forma prenderà il futuro. Nella consapevolezza che esso sia, al tempo stesso, imprevedibile, ma già scritto.
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