Il nome è diventato un brand: «So’ Lillo», addirittura serializzato. Attivo «a vario titolo» nello spettacolo da un paio di decenni, Pasquale «Lillo» Petrolo – attore, disegnatore, comico, musicista, intrattenitore, sceneggiatore, regista, doppiatore, scrittore, provocatore (gentile) – in tempi recenti è come esploso: tutti lo vogliono. E lui da tutti va e tutto fa. Cinema, Sanremo, teatro, programmi tv trasversali alle reti, qualche spot. «Sovresposto», lo dice qualcuno. «Ma no – si difende Lillo –: faccio solo quello che mi piace. Dormo le mie regolari 7 ore a notte…». L’abbiamo visto sul palco del Festival, lo ritroviamo pochi giorni dopo davanti a una enorme Luna con il botanico Stefano Mancuso a discettare in leggerezza di biosfera, vegetali e istruzioni per l’uso del Pianeta a La Pelle del mondo (Rai 3, il venerdì sera), ma è anche a Bali e Giava con i concorrenti di Pechino Express-Estremo Oriente (su Sky e Now). Per non parlare di Rai Radio 2 e i 23 anni di 6-1-0 e dell’eterno amore per il teatro.
C’è un denominatore tra tutte queste cose?
«Fare quello che amerei vedere da spettatore».
Amore di presenzialismo?
«Solo il piacere di prolungare il gioco che amo di più, far ridere. Un po’ come quando a tavola condividi ciò che mangi con gli altri che sono con te».
Un riferimento a “4 ristoranti” di cui è stato superospite?
«Puntata romana e golosa. Sono un fan del programma e di Borghese, diverso da tutti gli altri che parlano di cucina. Vederlo mi rilassa. Oltre ad aprirmi un mondo, quello della ristorazione, in modo molto umano e non artefatto».
Spontaneità che ha ritrovata anche in Pechino Express?
«Mi avevano invitato a farlo tutto, ma mi manca il phisique du rôle. Per via degli impegni che avevo ho fatto solo le prime quattro puntate. Sono un fan del format che unisce viaggio e avventura. Avevo l’impressione, da spettatore, di un reality per nulla artefatto. E ora posso confermarlo».
Lillo a “Pechino Express Estremo Oriente” 
Ha mangiato schifezze, dormito in case sconosciute e fatto l’autostop?
«In una puntata sono stato il “malus”, quindi ho condiviso tutto con i concorrenti, fatto cose che neppure a 16 anni: il passaggio su un pickup scoperto tra sacchi di patate sotto una pioggia tropicale che erano secchiate d’acqua, ricevuto ospitalità commovente, mangiato zuppa di varano, grossa lucertola che tutti allevano come se fossero polli».
E Sanremo?
«Sanremo è Sanremo e chi gli direbbe no? Però forse mi sarei tirato indietro se non avessi avuto l’entusiastico assenso di Conti e dei suoi autori a ciò che ho proposto di fare».
Sanremo, il “Lillo mambo”: versi, facce e stacchi surreali tutti da ridere

Be’, da Lol in poi “So’ Lillo” è garanzia di un personaggio ben definito. Chi la cerca sa chi trova, non pensa?
«Voglio essere autentico. Un’autenticità per cui mi metto al servizio della situazione in cui mi trovo: esploro e mostro uno dei tanti aspetti da cui sono composto, il buono, il brutto, il cattivo, eccetera».
Riesce difficile immaginarla nel ruolo del cattivo.
«Eppure in Con chi viaggi? sono stato un personaggio inquietante e ambiguo: ho esposto la mia parte più cupa, quasi da serial killer».
Che bambino era?
«Molto timido e solitario. Giocavo con i soldatini e disegnavo. Certo non mi facevo notare: mai avrei pensato di fare questo mestiere».
Come è arrivato su un palco, allora?
«Con la rock band “Latte e i suoi derivati”: eravamo un gruppetto di amici che avevano solo l’ambizione di suonare la propria musica per sé, in una cantina. Poi Greg ci ha iscritti a un concorso per gruppi demenziali. Non ero assolutamente d’accordo, quindi il giorno dell’esibizione mi presentai senza chitarra, per boicottarmi. Mi buttarono lo stesso sul palco e lì mi improvvisai. Fu un cortocircuito di reciproca empatia: piacevo al pubblico e il pubblico piaceva a me. Sono sceso sapendo cosa avrei dovuto fare da quel momento: far ridere».
Con Stefano Mancuso su Rai 3, ne La pelle del mondo è una specie di intermediario tra la scienza e il pubblico che non sa ma vorrebbe capire.
«Qui la spinta è stata essere parte di un programma di grande utilità in cui ho creduto da subito: sono un ambientalista convinto, seppure non colto, poiché io per primo non so molte cose che riguardano la Terra e le specie che la abitano, in particolare il mondo vegetale. Mancuso spiega cosa come e perché, relativamente a cose che tutti in fondo sappiamo ma di cui ci sfugge la grandezza e la necessità. Ho imparato davvero tanto. Anche perché Stefano ha un modo di spiegare chiaro e lineare, mai banale, sempre molto convincente. Le nostre conversazioni spesso continuavano ben oltre la fine delle riprese».
Corrado Guzzanti è “Vulvia” a “La pelle del mondo” il venerdì sera su Rai 3 

Fra le presenze fisse, insieme a Maccio Capatonda e Chiara Francini, anche Corrado Guzzanti, che ripropone la mitica Vulvia di “Rieducational Channel”. Si dice che non sia facile da coinvolgere per via della sua pigrizia.
«È un genio assoluto. Con Corrado ci si conosce da tanto, siamo amici fraterni. Non è assolutamente vero che sia pigro, non nel senso di ciabatte e divano. È una questione di incertezze, di dubbi che si fa sul suo lavoro, sul mettersi continuamente e sempre in discussione. Ma questo gli rende tutto più faticoso. Vulvia, così surreale, è perfetta per La pelle del mondo».
Quando vi siete conosciuti?
«Poco più che ventenni, ad Avanzi. Ma l’amicizia vera risale a qualche anno dopo, a L’ottavo nano: siamo da Capodanno e vacanze insieme. Fare con lui Fascisti su Marte ha cementato. Ricordo questa banda che si ritrovava nelle cave della Magliana durante il weekend a girare questa epopea fascista in chiave fantascientifica, parodia dei cinegiornali Luce del regime».
L’altro grande amico è Claudio “Greg” Gregori.
«Sempre insieme: quotidianamente a 6-1-0 e ora a teatro con Movie Erculeo: titolo un po’ così, ma ci sta: si parla di cinema e anche dei “peplum” degli Anni 60, di romanità, e ci piaceva citare questo modo di dire romanesco per “datti una mossa”. Siamo una coppia stabilissima ma anche molto libera. La conoscenza risale a una remota giovinezza: lui lavorava in una casa editrice di fumetti, la Acme, io stavo facendo il giro di tutte con i miei lavori. Divenni collaboratore fisso. Scrissi anche alcune storie di Lupo Alberto per Silver, un mio mito. Oltre al fumetto e all’ironia ci legò il rock».
Lillo e Greg 

E l’incontro con Paolo Sorrentino? L’ha voluta nella Grande bellezza.
«Nessun provino. Fui sul set per 10 giorni, ma di 26 ore di girato alla fine restarono poche scene, un paio di minuti. Ma lo capisco: non fui il solo. Il mio personaggio era un omaggio a me e Greg, mi disse: mi chiamavo Lillo De Gregorio ed ero il proprietario di una grande villa nonché agente della “bimba che dipinge”. Come rifiutare? Si percepiva che era un film importante, ma che arrivasse all’Oscar…».
Definirla comico non è un po’ riduttivo? Lei cosa scriverebbe sul proprio documento di identità?
«Comico è una parola bellissima, termine antico e nobile. Però forse mi si adatta meglio umorista, cui attiene non solo il far ridere fisicamente e verbalmente ma anche l’essere autore».
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