Nei giorni scorsi c’è stato un importante incontro tra Donald e Orban, anche se non è proprio quello che pensi. Ma riguarda comunque l’allarme scattato nella Commissione europea: l’amministrazione Trump sarebbe pronta a influenzare alcune elezioni nazionali negli Stati membri. Sai che le possibili dimissioni anticipate di Christine Lagarde potrebbero riaprire il risiko delle nomine UE? E lo sai che mentre Donald Trump ballava sulle note di “Gloria” al Board of Peace, gli eurodeputati del Pd hanno trovato il modo di conciliare gli impegni istituzionali con le canzoni di Sanremo? Non ci credi? Leggi un po’ qui sotto.
Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Puoi iscriverti gratuitamente qui.
L’INFLUENZA MAGA
L’allarme lo ha lanciato Kaja Kallas, l’Alta Rappresentante per la politica estera Ue, durante una riunione del collegio dei commissari a porte chiuse: gli Stati Uniti di Donald Trump puntano a influenzare le elezioni politiche nazionali in alcuni Paesi membri dell’Unione europea. Con l’obiettivo di condizionarne i processi decisionali.
Non è un’indiscrezione che circola tra i passaparola nei corridoi di Palazzo Berlaymont, ma è scritto nero su bianco sul verbale della riunione del 10 dicembre scorso. Secondo il resoconto, Kallas “ha sottolineato il rischio di interferenza nei processi elettorali in tutta l’Ue emerso dalla Strategia per la sicurezza americana e ha chiesto sforzi coordinati e il mantenimento dell’unità europea”. La Commissione, si legge nel verbale, “ha preso atto di queste informazioni”.
Si tratta di un fatto assolutamente inedito perché, sin qui, l’Ue aveva denunciato e aveva cercato di mettersi al riparo dal rischio di ingerenze politiche da parte della Russia di Vladimir Putin. Ma mai aveva lanciato l’allarme per un’azione simile da parte di un Paese che, sino a prova contraria, viene ancora considerato come “un alleato”, oltre che “una democrazia”.
Il clima oggi è nettamente cambiato. Come dimostra anche il discorso del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, che la premier italiana Giorgia Meloni non ha affatto condiviso, la cultura Maga è ormai vista come una sorta di virus capace di insediarsi e diffondersi nel Vecchio Continente. Il punto è capire se l’Ue ha i necessari anticorpi per difendersi.
Il primo test sarà il 22 marzo, quando andrà al voto la Slovenia. In testa c’è Janez Jansa, l’ex premier trumpiano che nella notte delle elezioni americane del 2020 fu il primo a congratularsi con Trump nonostante la vittoria di Joe Biden. Lo stesso Jansa che, in caso di vittoria, promette di creare un corpo di polizia speciale per deportare i migranti simile all’Ice. Trattandosi di un vicino di casa, queste elezioni sono molto importanti anche per l’Italia.
Ma quello di Lubiana sarà solo un antipasto. Il prossimo 12 aprile, gli inquilini dell’appartamento ungherese andranno alle urne per scegliere chi li rappresenterà. La campagna elettorale – che si preannuncia infuocata – inizierà ufficialmente domani, sabato 21 febbraio.
Il principale sfidante di Orban si chiama Péter Magyar, di mestiere fa il capo dell’opposizione e l’eurodeputato del Ppe (anche se non a tempo pieno, diciamo: è il re degli assenteisti). Nei giorni scorsi ha denunciato la possibile uscita di un video potenzialmente imbarazzante, nel quale si vedrebbe lo stesso Magyar fare sesso con l’ex fidanzata. Gli uomini di Orban, sostiene, sono pronti a usare la registrazione come arma di ricatto.
Si tratta di un appuntamento cruciale anche per l’intero Condominio Europa, visto che negli ultimi sedici anni la delega a rappresentare quel Paese al tavolo del Consiglio europeo è rimasta nelle mani di Viktor Orban. Che si è sempre distinto per l’uso e l’abuso del suo diritto di veto.
Lunedì scorso, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, è volato a Budapest per dare a Orban la sua benedizione politica e quella di tutta l’amministrazione americana. Piccola curiosità: trattasi dello stesso Rubio che nel 2019 aveva firmato una lettera indirizzata a Trump per esprimere tutta la sua preoccupazione circa il “declino democratico” in Ungheria (E qui, se questa newsletter fosse un podcast, partirebbe indubbiamente “Come si cambia, per non morire” di Fiorella Mannoia).
“Il Presidente Trump – ha detto Rubio rivolgendosi a Orban – è profondamente impegnato per il suo successo perché il suo successo è il nostro successo. Perché questa relazione che abbiamo qui nell’Europa centrale attraverso di lei è così essenziale e vitale per i nostri interessi nazionali negli anni a venire”.
Rubio ha fatto una promessa che va a toccare uno dei tasti dolenti nei rapporti tra Budapest e Bruxelles: i soldi. “Se doveste affrontare difficoltà finanziarie, se doveste affrontare cose che ostacolano la crescita, se doveste affrontare cose che minacciano la stabilità del vostro Paese – ha assicurato Rubio – so che il Presidente Trump sarà molto interessato, grazie alla vostra relazione e all’importanza che questo Paese ha per noi, a trovare modi per fornire assistenza se mai dovesse presentarsi quel momento”.
Evidentemente i timoridi Kaja Kallas non erano affatto infondati.
BUON VISEGRAD (A CATTIVO GIOCO)
Peter Magyar è un esponente del Partito popolare europeo, esattamente come Donald Tusk che poco più di un anno fa ha sostituito l’ultraconservatore Mateusz Morawiecki. Il premier polacco fa il tifo per lui anche perché vorrebbe rilanciare l’alleanza polacco-ungherese nel gruppo Visegrad in chiave europeista.
I due si sono incontrati a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Magyar era accompagnato dalla compagna di partito Anita Orban, che ha presentato così: “Lei è la futura ministra degli Esteri ungherese. Ma il cognome è solo una coincidenza!”. Immediata la risposta di Tusk: “Figurati, io mi chiamo Donald…”. Se non hai visto il video, lo trovi qui.
STRAPPARE LUNGO I BOARD
L’Italia ha partecipato alla prima riunione del Board of Peace per Gaza con il ministro Antonio Tajani, che era lì nelle vesti di osservatore. Ha osservato Gianni Infantino indossare il cappellino rosso con la scritta USA. Ha osservato Javier Milei fare la rockstar al microfono abbracciato a Viktor Orban. E ha osservato i leader “premium” fare la foto di famiglia sulle note di “Gloria”.
Non la versione di Umberto Tozzi, ma la cover americana di Laura Branigan. Anche perché passi “La mattina nasce il sole / Entra odio ed esce amore”. Ma ascoltare il verso “Manchi a questa bocca / che cibo più non tocca” a una riunione dedicata a Gaza sarebbe stato troppo persino per questo improbabile comitato d’affari che vorrebbe sostituirsi all’Onu.
Con lo stesso status c’era anche la commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Suica. In Italia è stata data molta enfasi al fatto che, anche se la Commissione europea era presente, “l’Ue ha precisato che non entrerà a far parte del Board”, come ha sottolineato un portavoce.
In realtà, la notizia non sta tanto nella presa di distanza di Bruxelles dall’iniziativa, che era stata criticata apertamente anche dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, al termine del vertice informale di gennaio. Ma nella presenza della Commissione, seppur con lo status di “osservatore”.
Una decisione sulla quale potrebbe aver influito anche il pressing esercitato sulla Commissione dagli emissari del Tony Blair Institute, come emerge dai documenti interni che sono stati pubblicati da Follow The Money, la piattaforma specializzata nel giornalismo investigativo.
Ursula von der Leyen, che era stata invitata da Donald Trump, ha deciso autonomamente di inviare Suica, senza consultare gli Stati membri. E questo ha fatto arrabbiare diverse capitali. La più furiosa è stata Parigi, che mercoledì ha sollevato la questione durante la riunione del Coreper (il comitato che riunisce i 27 ambasciatori Ue). E giovedì è tornata alla carica con un duro messaggio del suo ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot.
La Commissione, secondo la Francia, non poteva partecipare in assenza di un chiaro mandato da parte dei governi. Al coro di critiche si sono aggiunti anche il Belgio, la Spagna, l’Irlanda, la Slovenia e il Portogallo, ma anche altre capitali hanno espresso i loro malumori. La discussione è destinata a proseguire lunedì, quando a Bruxelles arriveranno i ministri degli Esteri.
CAMBIO DE LAGARDE
Le indiscrezioni sul possibile addio anticipato di Christine Lagarde alla guida della Bce potrebbero scatenare un effetto domino anche ai vertici delle istituzioni europee. Tutto dipende dalle tempistiche della sua eventuale uscita.
All’inizio del prossimo anno scadono infatti i mandati di Roberta Metsola e Antonio Costa. La presidente del Parlamento europeo e quello del Consiglio europeo vorrebbero restare al loro posto. Ma la partita per la Bce potrebbe rimettere tutto in discussione. Su La Stampa trovi una panoramica dei possibili scenari.
VEDIAMOCI PIÙ SPESSO
Non bastano i quattro Consigli europei che, in base ai trattati, devono tenersi ogni anno. Non bastano nemmeno i tanti vertici informali che vengono sempre più spesso convocati in via straordinaria. I capi di Stato e di governo hanno deciso che si incontreranno più spesso, magari in videoconferenza “anche ogni due settimane se necessario”.
È la rivelazione del presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che ho incontrato con un gruppo di altri giornalisti all’indomani del summit nel castello di Alden Biesen. In questo articolo trovi tutto quello che ci ha raccontato su ciò che emerso dal confronto tra i leader, desiderosi di “prendere in mano” il timone dell’Ue (e di relegare i rispettivi ministri a un ruolo sempre più marginale).
PD SORRISI E CANZONI
Cos’hanno in comune Lucia Annunziata e Arisa? Oppure Giorgio Gori e Vasco Rossi? Apparentemente nulla, ma tra qualche giorno gli eurodeputati del Pd potranno rivendicare di aver interpretato a modo loro alcuni dei classici di Sanremo.
In vista del Festival della canzone italiana, la delegazione del Partito democratico all’Europarlamento ha pensato bene di rivisitare in chiave sanremese alcuni dei temi caldi dell’attualità europea.
L’occasione è un incontro che si terrà mercoledì prossimo a Bruxelles con gli attori del “sistema Italia”, durante il quale gli eurodeputati dem presiederanno una serie di tavoli tematici. E i titoli scelti, diciamo così, probabilmente “ti suonano”.
“Non ho l’età” è il pezzo individuato per Sandro Ruotolo, che si occuperà di protezione dei minori online. “Casa mia” per il tavolo immigrazione con Cecilia Strada. Nicola Zingaretti ha invece scelto “Occidentali’s Karma” per parlare di sovranità digitale.
Camilla Laureti e Dario Nardella intoneranno “Maledetta primavera” nella sessione sull’agricoltura, mentre “Vado al massimo” è la hit di Giorgio Gori per il tema-clou della competitività. Vasco Rossi acompagnerà anche Alessandra Moretti con “Vita spericolata” nella sessione “Stili di vita”. Molti si sarebbero aspettati “La Gatta” di Gino Paoli dal duo Raffaele Topo e Giuseppe Lupo, che invece dovranno ripiegare su “Soldi” di Mahoomd, più consona al tavolo sul Bilancio.
Vuoi saperne altre? “Sincerità” di Arisa è stata scelta per il panel Disinformazione con Pina Picierno, mentre “Controvento” per quello sulla Difesa di Lucia Annunziata. Per parlare di Trasporti con Matteo Ricci ci sarà il grande classico “Volare”. Non ci sarà Elisabetta Gualmini, appena uscita dal Pd per traslocare in Azione: “Ti lascerò” sarebbe stata perfetta per la situazione.
Ciao amore, ciao. Ci sentiamo la prossima settimana.
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