Nel mondo del cinema si chiamano personaggi «likable». Sono non solo simpatici, ma anche quelli con cui è facile entrare in empatia, per i quali il pubblico si schiera emotivamente. Non sono perfetti, anzi: spesso hanno fragilità e commettono errori, ma hanno dentro di loro la innata capacità di redimersi. E facendolo, spesso, di vincere l’Oscar. Un esempio recentissimo: Anora, la giovane prostituta del film omonimo, un personaggio che ha regalato a Mikey Madison la sua prima – per alcuni immeritata – statuetta. Di personaggi così è piena la storia del cinema e fa quindi ancora più notizia il fatto che quest’anno, a contendersi i premi più importanti nella serata del 15 marzo, ci siano attori che hanno interpretato personaggi decisamente sgradevoli. Non demoniaci e apertamente malvagi, così cattivi da risultare interessanti – uno su tutti: Anthony Hopkins nei panni del cannibale Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti – ma proprio banalmente insopportabili.
“Marty Supreme”: adrenalina, invenzione e divertimento, così Chalamet punta dritto agli Oscar
Il Marty Supreme di Timothée Chalamet – candidato come miglior protagonista – è in prima fila in questa classifica di irritanti. Sopra le righe, megalomane, egocentrico, spocchioso, manipolatore, privo di ironia: in quasi tre ore di pellicola si fa fatica a tifare per lui, nonostante gli ostacoli e la sua voglia di arrivare, tanto che alla fine prevale una sensazione di irritazione, la stessa che ha caratterizzato anche la campagna promozionale del film, fatta col metodo Stanislavski, senza distinzione tra Chalamet attore e personaggio. Risultato: le sue possibilità di vittoria, alte due mesi fa, sono ora più basse di quelle di Michael B. Jordan: il sito di scommesse Kalshi.com lo dà al 43% contro il 47% del protagonista di Sinners, il film diretto da Ryan Coogler, che nelle ultime settimane è diventato quello da battere. L’ultima gaffe di Chalamet, pur non incidendo sul risultato (le votazioni erano già chiuse quando le sue parole sono diventate virali) non ha aiutato: lo scorso 28 febbraio durante un faccia a faccia con Matthew McConaughey – i due erano insieme in Interstellar – organizzato da CNN e Variety, si è lasciato andare a un commento non proprio carino sull’opera e sul balletto, definite da lui forme d’arte che «non interessano più a nessuno».

Un commento, il suo, che non solo è diventato virale, ma ha scatenato la più grande campagna social a favore delle compagnie di danza e di opera capitanata da grandi teatri come La Scala, il Royal Ballet and Opera di Londra, il Metropolitan Opera di New York. La Seattle Opera ha addirittura trasformato la polemica in occasione per promuovere per la sua ultima produzione, offrendo su Instagram uno sconto del 14% per la Carmen per chiunque applichi il codice «TIMOTHEE» all’acquisto dei biglietti. «Timmy, puoi usarlo anche tu», hanno scritto in modo ironico. Persino il preside della LaGuardia High School – la famosa scuola d’arte dello spettacolo di New York dove sognavano di entrare i ragazzi di Saranno famosi e che l’attore ha frequentato – si è sentito in dovere di intervenire: «Conosciamo il tuo cuore e sappiamo che sei meglio di così», ha scritto rivolto all’ex alunno. Troppo tardi: se anche vincerà l’Oscar, Chalamet lo vincerà da antipatico, di ruolo e di fatto.


Se l’Oscar per la miglior attrice protagonista andrà quasi sicuramente alla super favorita Jessie Buckley per Hamnet, personaggio straziante e quindi amato, è vero che le altre contendenti rientrano nella quota antipatiche, in particolare Emma Stone in Bugonia – gelida amministratrice delegata che cerca di sfuggire a un rapimento da parte di un fanatico che la crede un’aliena – e Rose Byrne in Se avessi le gambe ti darei un calcio, un film sulla maternità che prende un personaggio che dovrebbe generare automaticamente compassione – madre caregiver di una bambina malata – e lo trasforma in una donna al limite dell’insopportabile che finisce sempre per prendere quella che sembra essere la decisione sbagliata.


Non va meglio nella categoria di quelli candidati per ruoli non protagonisti. Stellan Skarsgård in Sentimental Value interpreta un padre così freddo ed egoista che, anche dopo essersi riconciliato con i figli adulti, non sembra poi così cambiato. Teyana Taylor, la rivoluzionaria di Una battaglia dopo l’altra è complicata, vero, ma alla fine tradisce i compagni e abbandona la figlia neonata. Nel film di Paul T. Anderson c’è anche il favorito Sean Penn nel ruolo del colonnello Lockjaw, un suprematista bianco malvagio e vendicativo, un ruolo disgustoso dentro e fuori. Deforme nell’animo quanto nell’estetica, ripugnante sotto tutti i punti di vista, Lockjaw ha almeno il merito di fare una brutta fine e di essere così cattivo da diventare quasi ridicolo.


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