La morte di Alberto è stata la prima con suicidio medicalmente assistito in Piemonte. Dal 2019, l’anno in cui la Corte costituzionale ha indicato le condizioni in cui l’aiuto al suicidio non è punibile, 17 malati terminali hanno ottenuto il via libera all’aiuto al suicidio. «Questo Paese – dice quindi l’ex governatore Luca Zaia, oggi alla guida del Consiglio regionale veneto, – deve uscire da una grande ipocrisia: non si può far credere ai cittadini che non esista il fine vita. Esiste, in virtù della sentenza del 2019 della Consulta». E questo, aggiunge, «lo dico soprattutto a chi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto, facendo credere che ci siano irresponsabili, come me, che con una sorta di blasfemia ingiustificabile coccolano questa idea dell’aiuto al suicidio».
Il fine vita esiste, ma senza una legge nazionale non è un’esistenza monca?
«Vedo che in Parlamento c’è chi si mostra perplesso di fronte all’idea di approvare una legge, perché teme che possa spingere i malati terminali più fragili al suicidio assistito: ma proprio questa categoria di persone dovrebbe chiedere che ci siano delle regole, e non vivere nell’ipocrisia di lasciar gestire il fine vita a una sentenza della Consulta. Chi è contrario, poi, dovrebbe semplicemente avere il coraggio di chiedere una legge contro il fine vita. Ma nessuno dice niente».
Le uniche leggi approvate finora sono arrivate dalle Regioni. Prima la Toscana, poi la Sardegna. Ci aveva provato anche lei in Veneto.
«Le Regioni cercano solo di colmare due vuoti sui quali la Corte costituzionale non poteva intervenire».
Quali?
«La necessità di fissare i tempi entro i quali le Usl devono dare una risposta al malato terminale e la decisione su chi deve somministrare il farmaco letale».
Così si crea una situazione a macchia di leopardo. Non è un problema?
«È figlia di un Parlamento che non legifera. Le Regioni di certo non spasimano per fare questo genere di leggi. Sono costrette».
E fanno bene a prendere l’iniziativa?
«Fanno benissimo. È una questione di civiltà».
Poi però il governo Meloni si oppone a ogni legge regionale e chiede di annullarle.
«Le impugna di fronte alla Corte costituzionale perché sostiene ci sia un conflitto di attribuzione di competenze, ma nel frattempo le Camere restano immobili, sorde rispetto alle sollecitazioni che per tre volte sono arrivate dalla Consulta. È un cane che si mangia la coda».
Il governo sbaglia, quindi, a mettersi di traverso?
«Io stesso auspico ci sia un’iniziativa parlamentare, ma a questo punto ci sono due opzioni: o il governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento».
Invece il centrodestra ha bloccato la discussione sul testo che era in Senato.
«Ci sono posizioni di ostilità e fondamentalismi a destra come a sinistra. Non c’è una parte politica che può dire di avere unanimità al suo interno. Specie in questi casi, deve imporsi un tema che è quello della libertà di coscienza. Invece ci stiamo incasinando la vita, anche politicamente».
Come si starebbero complicando le cose?
«Mettendo un cappello politico su questa materia. Non solo è irrispettoso, ma rischia di diventare un boomerang per chi pensa di trasformarla in un tema elettorale: le sensibilità dei cittadini sono spesso più avanti di quelle della politica. E non credo che le posizioni di chi è contrario e di chi è favorevole siano consolidate, a livello politico, lungo delle linee di schieramento. Su un tema come il fine vita l’errore più grande che può fare il governo è ideologizzarlo».
Per questo chiede libertà di coscienza.
«Quando se ne è discusso in Veneto, ho sempre difeso la piena libertà di chi era chiamato a votare la legge. Ripeto l’appello: nessuno si arrocchi sulle proprie posizioni. Rispetto ad anni fa, anche la Conferenza dei vescovi italiani ha ammorbidito la propria posizione invitando a muoversi seguendo il modello della Consulta».
Il rischio più concreto, adesso, è che la legge resti in un cassetto fino alla fine della legislatura.
«Anche questo si trasformerà in un problema, perché i cittadini daranno una lettura politica alla decisione di attendere oltre misura. Dare un valore politico a questo voto è un errore, vista la trasversalità di pensiero che c’è. Possiamo dire che tutto il centrodestra è contro il fine vita? No. E il centrosinistra? Nemmeno. Ma se una legge verrà approvata in futuro dal centrosinistra, diventerà per noi una sconfitta politica».
Si trova in sintonia, dunque, con le parole di Marina Berlusconi che spinge Forza Italia a impegnarsi sui temi etici?
«Condivido a pieno. Credo che il centrodestra del futuro debba essere liberale, non liberticida. Essere fondamentalisti e ideologizzati su certi temi è sbagliato. Non lo dico perché cerco facile consenso, quando ho iniziato a parlare di suicidio assistito, nel centrodestra era sconsigliato affrontare l’argomento. Ma Marina Berlusconi ha ragione: non possiamo pensare che il futuro del centrodestra sia nella negazione dei diritti»
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