Francesca Mannocchi ci interroga sulla nostra posizione davanti al dolore degli altri, come direbbe Susan Sontag, davanti al moto ondoso continuo, al muro di dolore contemporaneo. Prima di leggere il libro, conoscendone l’argomento, che Mannocchi esplicita fin dal titolo Crescere, la guerra (Einaudi), avevo fissa in mente la famosa questione di Adorno sullo scrivere poesie dopo Auschwitz come atto impossibile, se non addirittura brutale.
La storia della letteratura – anche la storia contemporanea al filosofo, pensiamo a Paul Celan, che scriveva da dentro la Shoah, ha già dimostrato che Adorno aveva torto, perché, evidentemente, confondeva la poesia con l’estetizzazione del dolore. E fin qui ci siamo. E di Shoah ne abbiamo viste succedersi molte – e ne stiamo vedendo in diretta. Allora, la domanda successiva è una domanda cruciale, che interroga sul senso della poesia: perché, oltre a rendere testimonianza nei molti modi che conosce (giornalismo, su carta e televisivo, romanzi), Mannocchi ha sentito il bisogno di scrivere versi sulla realtà che ha attraversato? Qual è la specificità, la radice della poesia, la cosa che ha sentito di poter dire solo in poesia? La poesia cosa aggiunge al reale e al racconto del reale che l’autrice fa anche in altri modi?
Mannocchi ci risponde dall’inizio: la poesia comincia quando la lingua non basta più ed è muta. E ci comunica, fin dal principio, l’idea implicita della parola come trasmissione di realtà: «Sono le parole che pronuncio, / sono – esse – ancora capaci di portare un volto, / un respiro, una pena?». Siamo lontani dall’amarezza di Vittorio Sereni che scriveva «la parola che non è la cosa, ma la imita soltanto». Mannocchi – da giornalista quale è – ha avuto finora fiducia nelle parole come tramite di esperienza e però adesso, davanti a quel che vede, ne misura il limite. E misura il limite non solo della parola, ma anche del proprio sguardo: «Non basta guardare per sapere».
Quindi, si rivolge da subito a chi legge e spiega come e dove dobbiamo posizionarci per ascoltare quello che lei, in questo nuovo modo, tramite i versi, racconterà del mondo. Mettiamoci così, idealmente riuniti intorno al fuoco, in attesa che lei dica quello che sa della guerra. Ascoltiamo cercando di mettere in comune la ferita umana, come lei suggerisce. Di ascoltare, cioè, dal luogo dove siamo più sensibili, come faceva lo psicoanalista Jung coi suoi pazienti, con un’estrema disponibilità a mettere nella stanza dell’ascolto la propria storia, insieme a quella dell’altro. Partiamo dunque da questo sconfinamento dell’io, per leggere questa poesia, che vuole essere orale e chiara, vuole dire cose, come le storie che gli antenati raccontavano, come la nonna che racconta ai nipoti storie di guerra, con la speranza che i nipoti non capiranno mai le sue parole, perché mai dovrebbero avere quell’esperienza. Col timore che invece.
La prima storia è quella di una 26enne libanese ed è cruciale, perché dice la perdita assoluta, il portare con sé semplicemente “niente”, di tutto ciò che possediamo e conosciamo. Niente. In questa identificazione con l’assoluta perdita c’è un salto cognitivo. Mannocchi scrive: «Ho capito che scrivere non è spiegare. / È lasciare che la lingua si ferisca / per fare posto all’Altro».
Dunque si tratta di spazio – e di spazio vuoto di sé e pieno di mondo. Per quanto possibile, sebbene – in questa nostra pace apparente – abbiamo confuso la libertà con la fuga e «chiamato “felicità” / la rimozione del dolore». Viceversa, la guerra insegna che etica e politica segreta del mondo sono che il dolore non può essere separato dalla felicità (è la «spina nel fianco del creato» annunciata fin dalla copertina) e che, per vivere appieno, occorre imparare la pazienza. E insegna che, nella casa perduta, si lascia la propria reputazione, cioè il riconoscimento intero del proprio valore, della propria persona.
Etico è dunque guardare e, solamente dopo aver guardato, scrivere. E qui si arriva al nucleo fiammeggiante di questo libro in fiamme, alla parola chiave: responsabilità, perché «l’amore / non è sentimento, / ma responsabilità». E significa: lasciare che il mondo in fiamme ci bruci. E solo dopo, scrivere.
Altrimenti, cadiamo pure noi nei fraintendimenti e nella fretta di quelli che hanno creduto di portare libertà e hanno solo allargato le prigioni, di quelli che pensano altre parti di mondo secondo le leggi della propria parte di mondo. Senza imparare niente, cioè, senza in realtà ascoltare, senza neanche vedere. Invece, Mannocchi ci fa vedere tutto, pure la prigione siriana di Sednaya, dove si procede per torure, impiccagioni di massa, lavaggio dei morti. Dove chi non è in prigione procede in stato di dissociazione. Quale essere umano potrebbe sopportare tutto questo senza egli stesso morire? Invece qui ci sono «uomini che timbrano il cartellino / e baciano i figli / dopo aver torturato altri uomini» e ci sono quelli del campo palestinese di Yarmouk, in Siria, che lavorano per assenza. Non colpiscono, lasciano morire di fame, nel silenzio planetario. Mentre tutti, cioè, guardavamo altrove e adoperavamo parole caste da funzionari per descrivere – e dunque cancellare – l’oscenità del male fatto al «corpo che insiste sulla terra», fin che può. Fin che la terra esiste. Anzi, forse fin che esiste la cura, visto che c’è «una madre che continua a spazzare il pavimento / perché la cura è l’ultimo presidio» e i corpi fanno muro contro la marea del terrore.
Ma presidio sono anche le parole con le quali si nominano le cose: insieme alle parole della morte violenta, della morte di massa, tradotte nella lingua burocratica dei telegiornali, ci sono le parole dell’amore che vengono tradotte nella lingua del terrore e dell’inimicizia. E sono parole definitive, parole senza dubbio e senza domanda.
Perché noi siamo umani davanti a tanto male, non occorre seminare la nostra compassione, perché «la pietà è una distanza che si traveste bene, / la distanza che ha messo l’abito buono» mentre le così dette vittime hanno «bisogno di esattezza. / Di un attimo sospeso / prima del giudizio».
Ma conoscere, lo sappiamo, non salva: «La storia fa il suo mestiere: / ritorna». Sappiamo con totale certezza che, dalla storia, non impariamo niente. Ma, specialmente adesso che la storia compie genocidi sotto gli occhi di tutti, non abbiamo scusanti per la nostra stranissima capacità di continuare a essere felici di fronte a questa massa interminata di dolore umano. Come riusciamo a essere felici?
Me lo sono chiesta anch’io, come ce lo chiediamo tutti. Nell’ultimo romanzo la mia protagonista riflette: “Vede il mondo manovrato dalla finanza scivolare nel proprio lungo addio. Eppure, a volte vede esseri felici. È affascinata dalla nostra capacità di rimozione del morirsene bianco di bianco dolore degli altri. Dovremmo fare una serrata planetaria, invece, incrociare le braccia e bloccare la macchina mondiale. Essere improduttivi, resistenti. Invece, andiamo verso l’abisso ridendo”.
Invece Francesca Mannocchi sente la responsabilità (ricordiamo questa parola chiave) di raccontare, perché «chi non racconta tradisce», perché «la memoria / è l’unico paese che non possono toglierci» e anche perché «il giorno in cui non proverete piú vergogna, / sarà il giorno in cui mi avrete ucciso davvero». Dunque compie questo gesto verbale ancora e ancora, dunque non si arrende, guarda e nomina, con la massima esattezza possibile, perché «È il corpo a dirci / che non siamo al mondo / per custodire il passato, / ma per impedire / che il futuro gli somigli». Ma, senza alcuna illusione, con intelligenza, davanti al dolore e davanti al futuro, chi scrive sceglie «la gravità del durante». Il libro di Mannocchi è testimonianza viva, gravità dello stare davanti al mondo senza chiudere gli occhi, senza voltare la testa. Guardando. Di più: lasciandosi attraversare. Utilizzando l’io esclusivamente come uno specchio, una camera d’eco delle voci che l’hanno ferito e che qui, per quanto dura la voce, durano.
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