Il senatore Marcello Pera è un filosofo prestato alla politica. Prima nel giro socialista, poi dì Forza Italia, ora con Fratelli d’Italia. È stato presidente del Senato nel 2001 e protagonista di quella stagione assai effimera, a cavallo tra Anni Novanta e Duemila, in cui si tentarono riforme istituzionali bipartisan. Sostiene attivamente le ragioni di Sì al referendum e ci tiene a mantenere un profilo istituzionale. Si può solo immaginare quale sia il suo disappunto quando una figura ministeriale come Giusi Bartolozzi scade in invettive del tipo “ce li togliamo di torno” rivolto ai magistrati. «Senza la separazione delle carriere, il processo accusatorio non può funzionare», è il suo esordio.
È questo il motivo principale perché gli italiani dovrebbero confermare la riforma costituzionale?
«Dopo l’entrata in vigore del codice Vassalli del 1989, la separazione dei ruoli fra giudici e pubblici ministeri era necessaria perché altrimenti non può esistere processo accusatorio o di parti. Dopo il giusto processo, la riforma costituzionale del 1999, la separazione è diventata obbligatoria, altrimenti non ci sarebbe un giudice terzo. Oggi abbiamo un ordinamento che è incompatibile con la Costituzione. Disse Vassalli il 19 novembre 1986 in Aula: “Alla separazione dei ruoli non si pensa ancora di arrivare o se ne parla genericamente, speriamo che ci si arrivi”. Ora ci siamo».
Si sostiene che la separazione delle funzioni fosse ormai quasi completa dopo la riforma Cartabia. Perché è stato necessario giungere a una riforma di rango costituzionale?
«Perché occorreva adeguare l’ordinamento alla Costituzione e una legge ordinaria non basta. La riforma Cartabia era del genere “vorrei ma non posso”. E non sono sicuro che la Cartabia lo volesse davvero».
Il punto del sorteggio è forse il più indigesto per la magistratura associata. Non c’erano altri metodi per depotenziare le correnti?
«Si sono tentati tanti sistemi elettorali, ma senza esito. Se si riconosce che le cosiddette correnti, che poi sono piccoli partiti politici giudiziari a fini di carriera e potere, sono una anomalia grave e perniciosa, allora il sorteggio è drastico ma equo perché cieco».
Sdoppiando i Csm, passando al sistema del sorteggio, sottraendo la materia disciplinare all’autogoverno, mirate ad un riequilibrio di poteri tra politica e giustizia?
«Il riequilibrio di poteri a cui mira la riforma è quello fra giudici e pubblici ministeri. Se la carriera dei giudici dipende dai voti dei pubblici ministeri, allora non c’è equilibrio interno. Allo stesso modo, non c’è equilibrio esterno se giudici e pubblici ministeri riuniti assieme nello stesso sindacato e nello stesso Consiglio superiore pensano di dettare legge al sovrano politico o di esserne la controparte».
Durante i lavori della Bicamerale, tra 1997 e 1998, ci fu un serio approfondimento sulla giustizia. In quella sede tra centrosinistra e centrodestra si era giunti al compromesso di mantenere unitaria la carriera della magistratura, e unico anche il Consiglio superiore, ma prevedendo due distinte sezioni, una per la giudicante e l’altra per la requirente. Lei approvava quel modello?
«Allora era insufficiente, un primo “vorrei ma non posso”. Oggi lo sarebbe di più, perché “giudice terzo” vuol dire separato con il suo proprio organo di autogoverno».
Lei era una figura di spicco di Forza Italia, molto addentro alle discussioni e alle trattative. Alla fine però Silvio Berlusconi non accettò le conclusioni della Bicamerale. Pensa che sia stato un errore oppure no?
«No. Dopotutto non avremmo avuto la riforma del Giusto processo, alla fine del 1999, fatta di comune accordo fra destra e sinistra. Due anni dopo il fallimento della Bicamerale, infatti, Berlusconi e D’Alema si misero d’accordo ad un livello più alto. Fu un capolavoro che purtroppo stavolta non si è ripetuto».
Condivide l’idea che la magistratura non debba “ostacolare” il lavoro del governo? C’è insofferenza verso l’indipendenza della magistratura, come dicono i sostenitori del No?
«Non c’è insofferenza verso l’indipendenza della magistratura, ma verso la tracimazione della magistratura. Personalmente sono insofferente verso le sentenze pronunciate o le indagini iniziate in nome di un diritto umanitario non scritto. Verso gli scioperi o i pronunciamenti per opporsi a Governo e Parlamento. Verso le manifestazioni davanti al Presidente della Repubblica. Verso quei magistrati che si agitano nelle piazze e poi si mettono la toga e vanno in aula. Verso chi reclama autonomia e non riconosce l’autonomia del legislatore politico. Sono insofferente quando vedo tanta disinformazione deliberata, acredine, violenza, incongruenza, come quella di definirmi fascista perché voglio separare i ruoli che il fascismo unificò o mafioso proprio da quei magistrati che avevano definito “paramafiosi” i metodi del Consiglio superiore»
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