Maria Callas e Pasolini. Lirica per un amore perduto

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Scrivere opere liriche oggi si può; anzi, si deve. Non solo o non tanto come omaggio a una tradizione illustre e intimidente, ma per l’intatta fiducia che il teatro (tutto, compreso quello musicale) sia, da duemila e cinquecento anni, lo strumento più emozionante e rivelatore mai inventato dall’uomo per raccontare e raccontarsi. La nostra è una storia vera, quella dell’amore fra Maria Callas e Pier Paolo Pasolini. La scintilla scoccò nell’estate del 1969, prima in Cappadocia e poi nella laguna di Grado, sul set di Medea, il film di PPP con la Divina protagonista.

Fu uno strano incontro. Callas aveva sempre rifiutato ogni proposta di fare del cinema, anche da Visconti, Zeffirelli e addirittura John Huston (che la voleva per La Bibbia) e per di più era uscita scandalizzata da Teorema. Ma era in crisi, la voce ormai perduta e la vita distrutta dall’orrendo Onassis.

In Medea vide forse l’ultima occasione di restare artista. Anche Pasolini viveva un momento delicato: nell’opera scopre che il Ragazzo che ha amato vuole lasciarlo per sposarsi. Una bellissima mostra del Centro Studi Pasolini di Casarsa ha ricostruito quei giorni e la relativa rassegna stampa. Che fra i due si accese la scintilla, non c’è dubbio. Ma tutto si svolse in un’atmosfera di irrealtà o di illusione collettiva, alimentata dall’interesse spasmodico dei media, che poi allora erano soprattutto i giornali di carta.

I rotocalchi annunciavano il matrimonio prossimo venturo; la Madre di lui rilasciava interviste sulla gioia di diventare nonna; lei, tutte le testimonianze sono concordi, prese davvero la corniola montata all’uso antico che il regista le aveva regalato per festeggiare la fine delle riprese per un anello di fidanzamento. Infine, Maria e Pier Paolo furono paparazzati mentre si baciavano sulla bocca. Si resta sorpresi, quasi increduli e infine affascinati di fronte a due giganti dell’arte e della cultura del Novecento che nel loro privato risultano così fragili, incerti, perfino ingenui. Il matrimonio, ovviamente, non si fece mai, la relazione si spense lentamente. Pier Paolo e Maria morirono a poca distanza di tempo: nel 1975 lui; nel ‘77 lei. Siamo proprio a cavallo dei due cinquantenari: anche per questo ci è sembrato un ottimo soggetto d’opera.

Non è un plurale majestatis. Di tutti i lavori collettivi, l’opera è quello che lo è di più. Intanto, quando la si scrive. A me è toccato un compositore, Davide Tramontano, dal talento inversamente proporzionale all’età, e di anni ne ha soli ventisei.

Ma ha già scritto un’altra opera, assai bella, Mother; io «son, per mia disgrazia» alla sesta, ma raramente ho lavorato così bene con un musicista. Poi le opere bisogna produrle, provarle, montarle. E qui chapeau al Municipale di Piacenza, un teatro di tradizione che all’opera contemporanea crede davvero, senza confinarla nei ritagli del cartellone e realizzarla con gli scampoli: siamo in abbonamento, interpretati da grandi voci liriche, come i Verdi e i Puccini di repertorio.

Le prove sono state una gioia faticosa ed entusiasmante: abbiamo chiesto e ottenuto degli artisti che amiamo, e l’esperienza ci ha anche ricordato perché (a parte il talento, capita di rado che tutti arrivino alle prove conoscendo l’opera quasi meglio di chi l’ha scritta: si chiama professionalità). Adesso siamo (quasi) pronti. Non resta che toccare ferro, accarezzare amuleti o altre parti meno nobili. Nel momento in cui vanno in scena, le opere non appartengono più a chi le ha scritte, ma a chi le trasforma in suoni, gesti, corpi, emozioni e, si spera, anche al pubblico.

Un’ultima notazione. Il teatro deve raccontare storie. Ma le storie servono a «dire» qualcosa. Forse il senso della nostra è che ci sono molti tipi di amori, e non importa che siano impossibili. E allora l’attrazione misteriosa fra un omosessuale e una diva traumatizzata e ferita ci spiega che l’amore è indefinibile e inclassificabile, al di là di ogni certificazione morale, sociale, legale, religiosa e perfino del comune sentire. Non è stato facile trovare le parole adatte. Ma rispetto al teatro «parlato», noi dell’opera abbiamo la musica e il suo potere misterioso di esprimere quello che tutti proviamo senza riuscire a dirlo.

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