Materie prime strategiche, la vera miniera è il riciclo

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La Cina batterà gli Stati Uniti nella corsa all’intelligenza artificiale. È questo il messaggio che il Ceo di Nvidia, Jensen Huang, ha lanciato pochi giorni fa dalle pagine del Financial Times. Un segnale che fa riflettere ancora di più se si considera che, da poco, Pechino ha annunciato nuove limitazioni all’export di materie prime critiche: una mossa che ricorda come chi controlla le risorse, oggi, controlla il futuro.

Le materie prime critiche sono la nuova frontiera della competitività globale, il terreno su cui si misurerà la capacità dell’Europa di esercitare una reale sovranità economica e geopolitica in una fase di profonda trasformazione tecnologica e digitale. La velocità dell’innovazione, tuttavia, continua a superare quella delle catene di approvvigionamento, mettendo a rischio la tenuta di interi sistemi industriali. Chi possiede litio, rame, nichel, terre rare o grafite decide il passo della transizione energetica, della mobilità elettrica, dell’intelligenza artificiale e della manifattura avanzata.

La domanda mondiale cresce rapidamente, mentre la concentrazione delle catene di approvvigionamento aumenta: la gran parte della raffinazione globale è oggi nelle mani di pochi Paesi, con la Cina in posizione dominante. Per l’Europa e per l’Italia questo rappresenta una vulnerabilità strategica.

Se le forniture di materie prime critiche venissero interrotte, la produzione industriale europea subirebbe conseguenze gravissime, e l’Italia sarebbe tra i Paesi più colpiti. Gran parte del nostro sistema produttivo dipende infatti da tecnologie e componenti che utilizzano queste risorse: un’interruzione delle forniture non metterebbe a rischio solo singole filiere, ma la tenuta complessiva della capacità industriale nazionale.

La sfida è dunque duplice: garantire l’accesso stabile alle materie prime e, allo stesso tempo, ridurre la dipendenza esterna costruendo filiere interne di approvvigionamento e riciclo.

Oggi, l’Italia dispone di competenze industriali e tecnologiche di primo piano nel recupero dei materiali, ma il tasso di raccolta dei rifiuti elettronici è ancora troppo basso rispetto agli obiettivi europei. Inoltre decisioni strategiche assunte negli anni passati, quando la globalizzazione economica sembrava la medicina miracolosa che potesse guarire ogni carenza di risorsa, hanno portato, nei Paesi europei, ad una completa deindustrializzazione di alcune filiere legate alle materie prime. Ne consegue che aumentare il riciclo e valorizzare i materiali recuperati non è solo una scelta ambientale, ma una strategia economica non più rinviabile: significa generare valore aggiunto, creare occupazione e ridurre i costi di importazione.

Siamo di fronte al classico esempio del “costo del non fare”: rinunciare a investire nel riciclo comporta un doppio svantaggio, economico e competitivo.

La vera risposta non è difendersi da nuove imposte o vincoli regolatori, ma anticiparli. Serve costruire un sistema industriale in grado di creare mercato per le “materie prime seconde”, sostenendo l’innovazione tecnologica e la crescita di nuove filiere di riciclo. In sintesi reindustrializzare settori che erroneamente abbiamo creduto non fossero più fondamentali per lo sviluppo economico.

In questo scenario, il Piano Mattei può rappresentare un asse strategico di sviluppo. Finora non prevede progetti specifici sull’economia circolare, ma il potenziale è enorme.

I Paesi del Nord Africa generano volumi significativi di rifiuti elettronici e potrebbero diventare partner chiave nella creazione di una filiera euro-mediterranea del recupero delle materie prime critiche. Coinvolgere le imprese italiane in questi progetti significherebbe rafforzare la cooperazione con l’Africa e, al tempo stesso, costruire un sistema integrato di “urban mining” capace di creare valore industriale, lavoro e sostenibilità ambientale.

Il Critical Raw Materials Act dell’Ue definisce obiettivi chiari: aumentare la capacità di estrazione, raffinazione e riciclo all’interno dei confini europei. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga e i progetti oggi approvati non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi fissati. Serve una triplice accelerazione: politica, per costruire alleanze stabili con i Paesi produttori; industriale, per sviluppare capacità di trasformazione e recupero in Europa; tecnologica, per rendere più efficienti i processi e ridurre il consumo di materiali primari. In questa nuova geoeconomia delle risorse, la competitività non si difende: si costruisce investendo.

Ogni tonnellata di rifiuto elettronico non raccolta è un’occasione persa per accrescere la nostra autonomia industriale e ogni ritardo nella creazione di partenariati strategici è un passo indietro nella catena del valore globale.

L’Italia ha tutte le carte in regola per essere protagonista: la sua tradizione manifatturiera, la capacità di innovazione delle imprese e la posizione naturale di ponte tra Europa e Mediterraneo le conferiscono un vantaggio competitivo unico. La sfida è quella di trasformare questa posizione in una strategia di lungo periodo che coniughi crescita, sicurezza delle risorse e sostenibilità.

Le materie prime critiche sono la linfa vitale della transizione digitale ed energetica. L’Europa potrà restare competitiva solo se saprà affrontare questa sfida con una visione comune, superando gli interessi nazionali e investendo davvero sull’autonomia industriale.

Il futuro non aspetta: chi saprà anticiparlo, oggi, determinerà il proprio posto nell’economia globale di domani.

*Presidente esecutivo Gruppo Iren – Presidente Utilitalia

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