Era attesa a Palazzo Chigi, dove avrebbe dovuto assistere allo spoglio, ma alla fine ha preferito restare lontana dall’epicentro della festa del No, lontana dai caroselli e dalle urla di gioia che sarebbero entrate prepotentemente dalla finestra della sua stanza.
In piazza hanno chiesto le sue dimissioni, Giuseppe Conte ha incitato la folla dal palchetto di piazza Barberini urlando: «Giorgia la senti questa voce?», ma lei aveva già risposto due ore prima. Ore 16.45, Giorgia Meloni registra un video che inaspettatamente pubblica molto presto, appena saputo l’esito del voto. «Gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo questa decisione. Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano e verso l’Italia». Il filmato ha una fattura amatoriale, evidentemente frutto di una decisione improvvisa: lo registra da sola, davanti a una siepe, con in sottofondo il cinguettio degli uccellini, l’inquadratura troppo tremolante. La premier appare fiaccata dalla sconfitta, amareggiata, il grigio del maglioncino scatena i social che, impietosi, lo paragonano alla tuta che indossò l’influencer Chiara Ferragni nel video di scuse dopo la storiaccia del pandoro-gate.

Meloni passerà tutto il giorno al telefono, a confrontarsi su un risultato politicamente pesante, e sulle primissime mosse da compiere. I vertici di Fratelli d’Italia sono disorientati, incerti su come reagire. Temono che le prossime settimane e i prossimi mesi si faranno più duri. C’è sempre come un’onda in politica, che si gonfia e può diventare incontrollabile, sia quando ti porta su, al successo, sia quando ti trascina giù nei consensi. Questo è stato il primo indubitabile tonfo di Meloni, e i suoi non nascondono un’evidenza: che è stato un voto contro di lei. Un voto che ha esaltato l’elettorato più giovane, tra l’altro, quello che con il governo di destra si era già confrontato in autunno, dalle piazze per Gaza. Qualcosa, sostiene Meloni, non ha funzionato anche nella campagna per il Sì e l’analisi personale della leader – ci viene riferito – si concentra pure sulla scelta di mettere se stessa alla testa della sfida, come ha fatto, da frontwoman mediatica, quasi quotidianamente nelle ultime settimane.
l’intervista
Ghisleri: “Referendum, voto politico contro il governo. Ma non tutti i No andranno a sinistra”

Manca all’incirca un anno alle politiche del 2027: il tempo non è tanto, ma è abbastanza – ragionano nel suo entourage – per riuscire a compiere altri errori. Ogni passo va calibrato. E saranno importanti già le prossime ore. Non è escluso – trapela – che Meloni salirà al Quirinale. Un atto di cortesia istituzionale, per un confronto con il presidente della Repubblica, anche alla luce della spaccatura che si è registrata nell’elettorato. Niente di più. Anche per non trasmettere l’immagine di una crisi in corso. Potrebbe andarci di ritorno dall’Algeria, dove è attesa domani, e con l’occasione allargare il colloquio al Colle anche ai nodi internazionali, dall’energia, a Donald Trump, alla guerra in Iran. Non ci sarebbe, invece, la minima intenzione di chiedere una nuova fiducia in Parlamento, perché un ipotetico Meloni II comprometterebbe l’obiettivo che si è data di arrivare a settembre, per incassare il record di presidente del Consiglio più longevo della storia. Discorso diverso invece sarebbe – dicono da FdI – mettere la fiducia su un provvedimento semplice.
L’ANALISI
La mappa delle urne: il No prevale nelle grandi città, il Sì nei centri sotto i 10 mila abitanti

La premier ha smentito più volte lo scenario del voto anticipato. Ma è vero che accanto a lei qualcuno ha ventilato questa possibilità. Tra i parlamentari più in vista di FdI si sostiene sia Giovanbattista Fazzolari, principale consigliere di Meloni e sottosegretario col compito di pilotare la propaganda di partito, a teorizzare la tentazione di portare gli italiani prima del tempo alle urne per non farsi logorare e per sfruttare le divisioni che ancora regnano nel centrosinistra. E forse non a caso è proprio Fazzolari, unica voce di Palazzo Chigi autorizzata ieri a parlare, a paventare un complotto delle toghe: «Il risultato di questo referendum è quello di legittimare le scelte della magistratura su una serie di temi: noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide. La preoccupazione è che potrebbe diventare ancora più invasiva». Da queste affermazioni è facile dedurre che le armi della battaglia politica della destra contro i giudici non verranno deposte.
Nei piani di Meloni adesso ci sarebbe lo sprint sulla legge elettorale, tatticamente depositata in Parlamento prima del referendum. Le percentuali del No, inattese in questa misura, rendono più complicato – ammettono dentro FdI – convincere i partiti di opposizione a sedersi al tavolo e ragionare su una legge che prevede un premio di maggioranza considerato eccessivo dal campo largo. C’è un timore, poi, che si fa largo nelle riflessioni a caldo tra Palazzo Chigi e il partito: la sconfitta al referendum segna anche l’addio all’unica riforma che Meloni avrebbe potuto sventolare come successo di legislatura. È un argomento che useranno le opposizioni a partire da oggi: il governo più stabile politicamente della storia non è riuscito a fare nemmeno una riforma significativa, di quelle che cambiano il paradigma del lavoro, dell’economia, della società.

Qualcuno pagherà per questo, sussurrano a Via dello Scrofa. E tutti gli indizi portano in direzione del ministero della Giustizia, alla capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, mal tollerata da Meloni e protagonista di una delle dichiarazioni più infelici contro i magistrati. Troppi errori, troppe gaffe, troppi boomerang. La resa dei conti potrebbe travolgere anche il sottosegretario Andrea Delmastro: non perché Meloni pensi davvero che l’ultimo caso, quello delle quote di un ristorante condivise con l’erede di un prestanome della mafia, abbia davvero inciso in così pochi giorni sugli equilibri tra No e Sì, ma perché ha creato un enorme imbarazzo: tra i dirigenti di partito che raccontano sempre di aver iniziato a fare politica dopo la mattanza siciliana in cui rimasero uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
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