Meloni: “L’Italia ora è stabile. I dazi di Trump? Un errore che pagheranno gli americani”

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L’Italia non è più l’anello debole. Nel salone di Palazzo Chigi, Giorgia Meloni rivendica la metamorfosi di un Paese che ha trasformato lo spread in un risparmio sonante e il debito pubblico in un asset appetibile per i mercati globali. «La stabilità che questo governo ha avuto, poiché la stabilità è anche prevedibilità per chi investe, fa totalmente la differenza», spiega la premier a Bloomberg News, tracciando una linea netta tra l’instabilità del passato e la visione di un Mezzogiorno divenuto «locomotiva» nazionale. Tra la sfida dei dazi americani e le incognite dell’intelligenza artificiale, la presidente del Consiglio delinea una nazione che punta sulla riforma della giustizia per modernizzarsi e sul disimpegno dello Stato dalle banche per tornare al mercato.

La narrazione economica del governo Meloni poggia su un pilastro centrale: la fine dell’incertezza politica come moltiplicatore di valore. I dati del terminale Bloomberg indicano una fiducia crescente degli investitori internazionali, con un debito pubblico italiano che raggiunge record di detenzione estera proprio mentre il differenziale con i titoli tedeschi si attesta su minimi storici. La premier sottolinea come questa non sia una medaglia puramente estetica, ma un vantaggio finanziario tangibile per le casse dello Stato. «Lo spread era intorno ai 235 punti quando ci siamo insediati, adesso è stabilmente intorno ai sessanta, che non è solo un tema reputazionale, ma un tema economico perché significa risorse risparmiate, che verrebbero spese per interessi sul debito, che non dobbiamo più spendere», osserva la presidente del Consiglio. La ricetta per stimolare una crescita che ancora fluttua sotto l’uno per cento risiede, secondo Palazzo Chigi, in una visione di medio periodo che permetta di ignorare i risultati immediati in favore di riforme strutturali. Meloni rivendica con orgoglio i numeri del mercato del lavoro, citando un milione e duecentomila persone che hanno trovato un impiego stabile sotto il suo mandato. «Diminuisce la precarietà, diminuisce la disoccupazione, aumenta l’occupazione femminile», spiega la premier, convinta che il gap italiano rispetto alla media europea dipenda proprio dalla capacità di integrare le donne nel sistema produttivo. La strategia di concentrare le poche risorse disponibili su priorità precise — incentivi ai salari, sostegno a chi investe e formazione — sembra pagare, con dinamiche salariali che, dopo un lungo periodo di stagnazione, hanno ripreso a correre più veloci del tasso di inflazione.

Il Mezzogiorno d’Italia rappresenta il caso di studio più eclatante di questa nuova fase economica, passando da zavorra a motore trainante della crescita nazionale. La premier descrive un Sud che cresce oggi a ritmi superiori alla media del Paese, sia in termini di occupazione che di prodotto interno lordo, grazie a strumenti come la Zona Economica Speciale unica. «Il Mezzogiorno d’Italia che era il fanalino di coda oggi è la locomotiva», afferma con decisione, indicando nella ZES il modello di riferimento per le prossime leggi di bilancio. Per Meloni, non esiste incentivo fiscale capace di convincere un investitore se il territorio non offre un ecosistema favorevole, motivo per cui il governo ha impresso un’accelerazione del 300% nelle spese per la rete stradale. «Se l’Italia non cammina tutta alla stessa velocità, non si riesce a produrre crescita in maniera reale e strutturale», avverte la presidente, citando anche la riforma degli istituti tecnici e l’investimento nelle materie STEM come strumenti per colmare il divario tra domanda e offerta di lavoro. Sul fronte energetico, la scelta di investire cinque miliardi per calmierare le bollette di famiglie e imprese fragili ha permesso risparmi consistenti per l’industria, con punte di 260 mila euro annui per le medie realtà produttive. La tenuta dei conti pubblici, con un deficit che punta a scendere sotto il 3%, rimane la bussola di un esecutivo che rifiuta l’austerità punitiva ma persegue la serietà nella gestione delle risorse dei cittadini. «Abbiamo certamente smesso di spendere soldi su cose bizzarre, ci siamo dati una strategia che fa la differenza», sintetizza la premier, confermando la linea del rigore flessibile.

Il capitolo del risiko bancario segna il definitivo disimpegno dello Stato dai dossier ereditati, a partire dal successo del risanamento di Monte dei Paschi di Siena. Dopo aver ceduto la quota di controllo, il governo mantiene oggi una partecipazione residuale del 4,9% che non consente più alcun intervento sulla governance dell’istituto senese. «Il ruolo del governo è terminato, tanto che noi abbiamo anche annunciato che non parteciperemo alle nomine dei nuovi organismi di amministrazione e di controllo», chiarisce Meloni, ponendo fine alla stagione del salvataggio pubblico. Sebbene la premier resti favorevole alla creazione di un terzo polo bancario capace di sfidare il duopolio Intesa-Unicredit, ribadisce che il processo deve ora seguire logiche di mercato indipendenti da Palazzo Chigi. Anche per quanto riguarda Generali e la gestione dell’immenso risparmio nazionale, la posizione è improntata a un patriottismo economico non coercitivo. «Gli italiani sono un popolo di risparmiatori, navigatori, risparmiatori», scherza Meloni, per poi tornare seria sull’auspicio che tali risorse vengano investite per rafforzare l’economia nazionale in un circolo virtuoso. La premier non intende porre vincoli impropri alla gestione privata, ma sottolinea l’importanza di comprendere la strategia di chi governa questi asset per assicurarsi che contribuiscano alla stabilità e alla ricchezza prodotta in Italia.

Sullo scacchiere internazionale, il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump e la gestione delle tensioni commerciali rappresentano la sfida più complessa per il futuro prossimo. Meloni boccia senza appello la politica dei dazi tra Europa e Usa, definendola un errore strategico e auspicando invece la creazione di un’area di libero scambio. «Penso che noi dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta, è una decisione che non condivido», spiega la premier riferendosi alle restrizioni tariffarie. Per sostenere la sua tesi, utilizza l’esempio concreto del mercato agroalimentare: «Chi compra un prodotto italiano, compra un prodotto italiano perché vuole comprare un prodotto italiano; non sono quote di mercato che si recuperano con prodotti interni».

Meloni ricorda alla controparte americana che i dazi finiscono per colpire i distributori e i consumatori locali, portando una bottiglia d’olio da cinque euro a un prezzo di vendita di 22 dollari sugli scaffali statunitensi. Nonostante le amicizie considerate “complesse” dalla stampa internazionale, come quella con Viktor Orbán, la presidente del Consiglio rivendica la capacità dell’Italia di trovare soluzioni condivise a 27, come dimostrato dallo sblocco dei prestiti per l’Ucraina. Tuttavia, resta ferma l’opposizione al superamento dell’unanimità in sede europea, specialmente in politica estera. «Non credo che sia quella la soluzione, particolarmente non sulla politica estera che è uno degli elementi fondamentali della sovranità degli Stati», afferma, invocando un’Europa che si occupi di meno cose ma le faccia meglio, seguendo il principio di sussidiarietà.

Il fronte interno vede la premier impegnata in una battaglia per la modernizzazione del sistema attraverso la riforma della giustizia, un impegno che definisce «di assoluto buonsenso». La separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente viene presentata come lo strumento necessario per garantire la terzietà del giudice, allineando l’Italia a ventidue paesi europei su ventisette. Meloni rispedisce al mittente le accuse di voler controllare la magistratura, sostenendo al contrario che la riforma, attraverso il sorteggio per il CSM e l’Alta Corte disciplinare, sottrarrà la giustizia al potere delle correnti politiche e associative. «Noi vogliamo liberare i giudici, vogliamo liberare il merito dei giudici dal gioco delle correnti», incalza la premier, sottolineando come oggi il Parlamento abbia un potere di nomina che la riforma intende eliminare. Per la presidente del Consiglio, l’opposizione alla riforma tradisce il tentativo di impedire qualsiasi cambiamento in una nazione che ha bisogno di modernizzarsi per restare competitiva. «Io voglio un sistema della giustizia nel quale quando un giudice vale, non ha bisogno di andare a chiedere il permesso alla corrente per fare carriera», conclude, fiduciosa che i cittadini comprenderanno la portata di una riforma che punta a un processo più giusto e alla fine dei meccanismi correntizi.

L’ultimo grande interrogativo riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro e sulla tenuta delle democrazie liberali. Meloni esprime profonda preoccupazione per la velocità con cui questa tecnologia avanza rispetto alla lentezza della politica, temendo una «verticalizzazione della ricchezza ingestibile». A differenza delle passate rivoluzioni industriali, l’IA non sostituisce il lavoro fisico, ma quello di intelletto, mettendo a rischio professionisti e lavoratori qualificati. «Oggi noi non parliamo più di sostituire il lavoro di forza, oggi noi parliamo di sostituire il lavoro di intelletto», avverte, segnalando il rischio di una moltiplicazione della disoccupazione pur in presenza di un aumento della produttività.

Per la premier, è fondamentale evitare gli errori commessi con la globalizzazione senza regole, dove la “mano invisibile” non ha risolto i problemi ma ha indebolito le democrazie a favore dei sistemi autoritari. L’Italia ha posto questo tema al centro del G7, chiedendo una governance globale che monitori e governi i processi di innovazione. «I sistemi non democratici si sono rafforzati e le democrazie si sono indebolite», analizza Meloni, sottolineando come il controllo delle catene di approvvigionamento e la tassazione che favorisce chi assume siano le nuove frontiere della resistenza democratica. La sfida dell’IA non è solo tecnologica, ma profondamente politica, e richiede un’interlocuzione franca con le grandi aziende del settore per garantire che il progresso resti al servizio dell’uomo e non diventi uno strumento di esclusione sociale.

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