Venerdì Luigi Lovaglio presenterà il piano di integrazione tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca, annunciando i concambi offerti per il delisting di Piazzetta Cuccia. Un’operazione destinata a fissare i nuovi equilibri finanziari del gruppo. E sulla quale l’ad del gruppo sta accelerando con forza. In ambienti finanziari, però, c’è chi ritiene che serva più tempo per definire l’impianto dell’operazione. Dubbi che Lovaglio proverà a sciogliere tra due giorni. Anche perché dietro al piano si gioca una partita ancora più delicata: quella della futura guida della banca.
Lovaglio arriva con risultati che pesano. È stato chiamato nel 2022 dal Mef per chiudere la stagione dell’emergenza: dall’aumento di capitale da 2,5 miliardi al taglio dei costi con 4mila esuberi fino al ritorno dell’utile, del dividendo e la conquista di Mediobanca. Il piano d’integrazione, approvato il 17 febbraio ha ottenuto il via libera unanime del consiglio. Eppure, negli ultimi mesi, il clima attorno all’amministratore delegato si è fatto meno compatto.
Nel board non tutti avrebbero apprezzato uno stile di gestione molto accentrato, efficace nella fase del risanamento ma meno inclusivo nel momento in cui si tratta di costruire la governance del nuovo gruppo. E all’interno del board che lavora alla lista per il rinnovo della cariche sociale si è aperta una riflessione più ampia: la fase straordinaria del salvataggio è finita, ora si tratta di decidere che banca dovrà essere Mps dopo l’integrazione.
Entro l’inizio della prossima settimana si punta a chiudere la rosa dei candidati: i 30 nomi scelti saranno ridotti a 20. Ma tra i nomi, oltre a Lovaglio ci sono almeno altri tre profili con caratteristiche tali da poter ambire alla guida del nuovo gruppo, ciascuno interprete di una diversa traiettoria strategica.
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Se l’obiettivo fosse blindare stabilità e credibilità istituzionale, il nome di Corrado Passera rappresenterebbe una scelta sicura. Una carriera costruita tra grandi trasformazioni bancarie, dal rilancio di Poste fino al vertice di Intesa dove ha guidato – nel 2006 – la fusione con San Paolo Imi. L’esperienza in illimity non è stata un successo, ma Passera ha un profilo da banchiere internazionale, capace di dialogare con la vigilanza europea e con i mercati in una fase che sarà osservata con attenzione. Il banchiere, però, nega di essere interessato a un ruolo di capoazienda. Se entrasse in consiglio farebbe comunque valere la propria esperienza.
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Fabrizio Palermo – che resta focalizzato sulla realizzazione del piano industriale di Acea – potrebbe essere il manager dello sviluppo industriale. Come ha fatto nella stagione di Fincantieri prima e al vertice di Cassa Depositi e Prestiti dopo. D’altra parte il suo nome era circolato anche tra i papabili per la guida di Mediobanca dopo l’uscita di scena di Alberto Nagel.
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C’è poi l’ipotesi dell’integratore operativo, incarnata da Carlo Vivaldi. Già collega di Lovaglio ha alle spalle una carriera internazionale in Unicredit, ha ricoperto il ruolo di direttore finanziario e di responsabile operativo su mercati complessi. È un manager esperto di processi e ristrutturazioni, abituato a far funzionare macchine articolate. In una fase in cui l’assorbimento di Mediobanca richiederà armonizzazione di sistemi e culture aziendali, il suo sarebbe il profilo della disciplina industriale.
Certo Lovaglio si giocherà tutte le sue carte e alla fine potrebbe venire confermato al vertice di Mps. I nomi messi sul piatto dal cda del Monte, però, hanno tutte le caratteristiche per rispettare i requisiti richiesti dalla Bce – che a dicembre aveva bocciato una prima versione del nuovo statuto chiedendo una chiara separazione tra azionisti e amministratori.
Intanto, come ricostruisce Reuters il Mef nonostante il 4,9% del capitale non si schiererà con nessun candidato per il rinnovo del cda del Monte. La sfida, quindi, si deciderà prima all’interno del consiglio e poi si sposterà in assemblea dove i candidati della lista vittoriosa verranno poi sottoposto al voto individuali degli azionisti.
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