Nunzia De Stefano e Matteo Garrone, “Malavia” è un affare di famiglia

0
1

Un intreccio di affetti duraturi e intese profonde è la materia che ha nutrito Malavia, il secondo film di Nunzia De Stefano, napoletana, ex compagna di Matteo Garrone, con cui ha lavorato fianco a fianco dal 2008 al 2018 per i film Gomorra, Reality, Il racconto dei racconti e Dogman. Storia del tredicenne Sasà (Mattia Francesco Cozzolino) e della madre giovane e bella Rusè (Daniela De Vita), abitanti di una periferia difficile, sempre in bilico tra salvezza e perdizione, Malavia è prodotto da Garrone, proprio come Nevia, opera prima dell’autrice. La coincidenza di amorosi intenti riguarda gli assetti familiari, perché il legame viscerale che lega Sasà e Rusè ricorda molto quello che De Stefano ha con Nicola, il figlio messo al mondo con il regista, e poi perché di mezzo c’è l’arte, il desiderio di esprimersi, la certezza che, per stare bene, sia necessario seguire le proprie passioni: «Il film nasce a casa mia, mio figlio è rapper, ha un piccolo studio dove suona e scrive con gli amici. Così ho scoperto l’universo della musica rap che tra gli adolescenti spopola, ho spronato tanto mio figlio, facciamo freestyle insieme, ascolto i testi suoi e degli amici, raccomandando sempre di evitare stereotipi, di concentrarsi solo su quello che viene dai loro cuori, dalle loro esperienze, dai problemi legati alla vita privata, ai disagi familiari».


Garrone e De Stefano nel 2012

 

Un metodo vincente: «I film di Nunzia – dice Garrone – hanno una matrice popolare, il suo è un approccio diretto, umano, mai cerebrale. È uno dei rarissimi casi in Italia di regista donna che viene dal popolo. Ricordo una battuta di Checco Zalone, eravamo andati a vederlo a teatro a Roma, dopo siamo andati a salutarlo in camerino, Nunzia gli chiese se si ricordava di lei, perché eravamo stati insieme a cena a casa del produttore Valsecchi. Lui rispose “certo che mi ricordo, eravamo gli unici due poveri”. Dopo la separazione, Nunzia e Matteo non si sono mai persi di vista, non solo perché hanno un figlio, ma anche perché sentono ognuno nei confronti dell’altro un debito di riconoscenza incancellabile: «Io e Matteo ci siamo lasciati, ma siamo sempre molto uniti. Viene spesso a cena a casa, con me e Nicola, abbiamo un rapporto meraviglioso e questo ci aiuta, anche nel lavoro. Quando Matteo crea un’opera io ci sono sempre, e così quando sono io a fare un film, abbiamo uno sguardo registico affine, c’è sintonia, mi dà piena libertà e fiducia, è come se in me vedesse se stesso». L’incontro risale ai tempi di Gomorra: «Il mio legame con Nunzia – spiega l’autore – va al di la del lavoro, è la mamma di mio figlio, e questo vuol dire che insieme abbiamo fatto lui, cioè la cosa più importante delle nostre vite. Siamo uniti da un sentimento di affetto profondo, l’ho conosciuta mentre preparavo Gomorra, in quell’occasione mi ha dato consigli che si sono rivelati preziosi, e così ha continuato a fare in seguito, aiutandomi molto, anche quando ho girato Reality, che era un po’ ispirato alla sua famiglia». Produrre Nevia e ora Malavia (nei cinema con Fandango) è stato naturale: «Mi sembrava logico ricambiare, dando a Nunzia la possibilità di girare il suo film, Nevia è andato molto bene, è stato accolto positivamente ovunque, invitato in tanti festival internazionali, ne sono orgoglioso».

Anche Malavia ha spunti autobiografici: «Racconta un rapporto tra una mamma e un figlio che somiglia molto a quello tra Nunzia e nostro figlio, e poi descrive l’ambiente del rap, soprattutto quello della fascia dei giovanissimi». Le somiglianze ci sono eccome: «Nel film – conferma De Stefano – Sasà ha un legame viscerale con la madre, lo stesso che ho con mio figlio Nicola. Mi sono separata 15 anni fa, siamo stati sempre insieme, lui è molto responsabile e io sono stata una madre giovane, quando qualcuno mi si avvicinava mio figlio reagiva come Sasà, cominciava dire “questo chi è? Che vuole?”, era il suo modo di proteggermi, non voleva che soffrissi».

“Malavia”, il rap come salvezza nella Napoli difficile della malavita

La musica ha un ruolo centrale, nella vita vera e in quella dei protagonisti del racconto: «Mio figlio è nato e cresciuto a Roma, va al liceo, ad agosto diventa maggiorenne, segue tanto la musica e ha tutto il tempo per decidere che cosa farà. Per adesso i suoi testi sono un modo per sfogarsi, racconta quello che vede e dentro ci mette del suo. È artista, come suo padre, gli dico sempre che i suoi brani sono un po’ come sceneggiature». Nella vicenda di Malavia c’è la Napoli dei giovani che tentano di non farsi inghiottire da un contesto pericoloso: «Per girare mi sono trasferita a Napoli un anno e mezzo – dice la regista –, ho visto i laboratori creati apposta per i ragazzi che vengono da zone complicate , ho capito che per loro la musica è una terapia, lanciano un grido, e quella può essere la loro salvezza». Ormai Napoli è diventata perenne palcoscenico, fonte di ispirazione inestinguibile: «Si racconta sempre la parte peggiore della città, io ho cercato di mettere in scena la verità con delicatezza, di far capire che, se si è fragili, si può cadere in certe situazioni, ma questo succede ovunque». Se guarda al suo debutto, De Stefano dice di sentirsi «sempre la stessa persona», anche se il Covid le ha fatto vivere il dolore grandissimo di perdere un padre senza avere la possibilità di stargli accanto: «Un giorno è arrivata l’ambulanza, l’hanno portato via e non l’ho più rivisto. Sono stata molto male, ferma per anni, per me è come se non fosse ancora morto». Adesso che ha ricominciato, si augura di «non cambiare, restare sempre la Nunzia della prima volta sul set». Garrone spera che tiri fuori altri lati di sé: «Ha sempre avuto una passione per l’horror, r il soprannaturale, il gotico. Guarda film in costume, di fantascienza, mi auguro che esplori anche gli altri mondi che la interessano».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it