“Ossessionato dalle capre e dalla terra”. Nel delitto della sparachiodi il movente dell’eredità

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Le bottiglie di Tennent’s Super ammassate sulla credenza di legno scuro, sugli scaffali della libreria, per terra e sulle scale. A centinaia. L’ossessione per la terra del padre. L’eredità dissipata nell’alcol. La fissazione per la cascina comprata dal bisnonno per 500 lire. E soprattutto, per le sue capre, con cui viveva e di cui conservava teschi e corna in un lavandino lurido. «Lui era in fissa per le capre», dicono in paese. «Ma non le guardava. Le lasciava libere. Di scorrazzare per strada e di riprodursi. Così, negli anni, sono diventante tantissime».

L’eredità

C’è un momento in cui tutto ha inizio in questo delitto assurdo, in cui il figlio ammazza la madre. Una data che risale a otto anni prima del 24 gennaio scorso, quando Luciana Cat Berro viene uccisa con una sparachiodi da Paolo Ferri, mentre dorme rannicchiata in un’ala della cascina di famiglia. È il 24 settembre 2017. Il giorno della morte del signor Carlo Ferri, il padre di Paolo l’assassino, il nipote del capostipite di una dinastia di facoltosi agricoltori e allevatori.

La moglie Luciana e i due figli ereditano tutto. La grande cascina, le stalle dei bovini da ingrasso. Le conigliere e i pollai. La terra dove scorrazzano le capre, i campi a due passi dal Bennet. Era un’azienda centenaria. Decade in pochi mesi.

Un odio covato per anni

Paolo Ferri si impone: vuole gestire le stalle. E vuole che il suo terzo delle proprietà diventi «inaccessibile» per la madre e la sorella. Entrambe sono vittime di un odio che cova per anni. Un sentimento di rancore e rabbia che, due giorni prima di uccidere, Ferri esterna mandando questi audio a un’amica della madre: «Comunque, devono morire. Punto. Sono due pesi inutili». «Io non distruggo una cosa che ha comprato il mio bis nonno per 500 lire, all’epoca erano un milione. Non troverò mai un compromesso. Vogliono tutto loro e me col becco asciutto». «Mia madre la ucciderei stasera. È già tanto che mi lava la roba. Da mangiare non me ne fa più».

Risarcimenti e rancori

Ferri alterna fasi in cui pianifica omicidi ad altre in cui punta a farsi pagare per risarcimenti immaginari. «Mia madre non voleva più bestie, qui dentro. Lo ha detto. Abbiamo dovuto vendere tutto. Voglio i danni dal 2019 per tutti gli animali che non ci sono più. Dieci vitelli sono 22mila euro».

Perizia psichiatrica per il killer

La pm Fabiola D’Errico, che coordina l’inchiesta per omicidio, ha ordinato una perizia psichiatrica per capire se il killer fosse «capace di intendere e di volere» al momento del fatto. Secondo la figlia di Luciana Cat Berro, che si vuole costituire parte civile contro il fratello, assistita dall’avvocata Stefania Agagliate, non ci sarebbero dubbi. Il fratello era un alcolista, ma non sarebbe infermo di mente. Avrebbe ucciso per crudeltà e con un movente preciso: l’odio maturato nei confronti della madre che stava cercando di porre rimedio alla condizione di enorme degrado della cascina ereditata, provocata dal figlio.

Il movente, quindi, nasce nel giorno in cui tutto ha inizio. In quel 24 settembre del 2017. Nella morte del padre.

Al bar, ubriaco

Da allora le terre che un tempo fruttavano milioni diventano una discarica. Paolo Ferri passa le giornate al bar, ubriaco. L’ultima volta in cui le sue capre scappano bloccando la circolazione aggredisce i carabinieri biascicando. Accumula precedenti per guida in stato di ebbrezza. La madre, con la figlia, si rivolge a legali, geometri e notai per capire come uscire dall’incubo. La convivenza forzata con il figlio alcolista produce conseguenze non più arginabili. L’eredità si sta dissolvendo. Davanti alla stalla principale c’è un ammasso di materassi sporchi. Sui terreni crescono mobili, infissi spaccati, porte scardinate, pneumatici e latte di vernice.

Degrado in cascina

Madre e figlia provano a proporre a Ferri di pagargli tutte le quote, 500mila euro, purché liberi quella cascina. Gli cercano anche una casa, pur di vivere serene. Lui non se ne va. Coltiva il suo odio. Partono le prime raccomandate. È il 2024. Asl e Comune mandano diffide affinché si rimedi al «degrado».

L’omicidio

Paolo Ferri resta barricato nel rudere con le sue Tennent’s e le sue capre. È un erede. Non se ne andrà. Non si presenta all’appuntamento per la mediazione successoria. Manca una settimana all’omicidio. L’amica della madre ascolta quegli audio in cui il figlio promette la morte. Racconta tutto a Luciana. La sua legale inizia a scrivere la denuncia, con richiesta di misura. Luciana prepara le valigie. Ha deciso. Non aspetterà più. Se ne va in un’altra casa con la figlia, in attesa che la battaglia legale finisca. Ha paura.

Non c’è più tempo. Nella notte tra il 23 e il 24 il figlio la ammazza. Sono le tre. Lui aspetta che lei dorma. La prende alle spalle. Poi chiama il 112: «Sono Ferri Paolo, abito in strada Torino 90, sulla provinciale. Ho appena sparato a mia madre».

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