Pantano Rai: crolla di 3 punti, Canale 5 ora guida il serale. Ecco tutti i flop

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L’ora più buia della Rai si riassume in una cifra: tre punti in meno di share negli ultimi tre anni. Dal 38 al 35, uno per cento. Tre punti che incidentalmente coincidono con la rottamazione dei vertici di viale Mazzini e le bordate della Lega di Matteo Salvini per non aumentare i finanziamenti alla Rai. Risultato: la Tv pubblica con meno spot e meno risorse crolla e Mediaset si rinforza. Da un lato poche idee e meno investimenti su programmi e acquisizioni, dall’altro continuità manageriale e prodotti convincenti.

Così, in cerca di una nuova identità editoriale crolla Raidue e cresce Rete4. Come a dire: le strategie in campo e il ricambio in atto non hanno portato fortuna alla causa di “Tele Meloni”. Le reti pubbliche finiscono nel pantano mentre più o meno tutte le concorrenti private crescono in fatturato e ascolti. Infatti, nonostante l’anno appena passato sia segnato dalla Tv generalista in calo del 2, 82 per cento (da 8,15 a 7,92 milioni di individui nel minuto medio), Mediaset si porta a casa un più 1,26% grazie ad una gestione efficace del pubblico e a un’architettura di palinsesto orientata alla continuità. Il tema osserva un attento dirigente di viale Mazzini è «semplice, e risiede nella guida e nella mission aziendale». Tutto è immerso e confuso nei generi, senza alcuna visione, «al punto che – nonostante esistano da anni siti, piattaforme informative e social – da noi esiste e resiste ancora il Televideo». Paradossale si dirà, «ma questo la dice lunga su come stiamo affrontando la sfida di un futuro che è già molto presente». Non solo editoriale «ma anche nel rapporto con lo Stato sul fronte del servizio pubblico».

In questi ultimi tre anni si è passati da un’offerta per reti a un’offerta per generi («troppo confusa» sostengono tecnici ed esperti del settore) e nella partita sono «saltati non solo i parametri e la capacità di gestione del palinsesto» ma le certezze e le identità delle reti. I casi più emblematici sono Raidue ma anche Raitre. La seconda rete è il punto massimo dell’instabilità strategica nel confronto tra i due anni (2024-2025). Ha subito continue riorganizzazioni di palinsesto, e perfino Il collegio, storico format di successo, solo in questo inizio di anno ha subito ben tre cambiamenti di giorno nel palinsesto prima di essere retrocesso definitivamente in seconda serata. Stessa situazione per Raitre che perde solo lo 0, 21% di share grazie alla “coerenza” di pubblico e a pilastri informativi come Report stabilmente sopra la media dell’8 per cento di share, Chi l’ha visto? e Splendida cornice che si conferma intorno al milione di spettatori. E Raiuno? Resta a galla per via della fiction e degli eventi ma per il resto è allarme. Un allarme che preoccupa – e non potrebbe essere diversamente – anche l’azionista di riferimento della Rai, il ministero del Tesoro sul cui tavolo è stato recapitato uno studio sulla crisi che investe mamma Rai: sia nel merito degli ascolti sia sul fronte dei ricavi. Il nodo, infatti, è editoriale ma anche finanziario.

La polemica sul direttore di Raisport, Paolo Petrecca «è un mini-simbolo della debacle, di come è gestita l’azienda rimasta orfana di dirigenti e uomini prodotto, sì lottizzati ma almeno capaci». Risorse, che la Rai in questa fase non possiede: perché i tetti pubblicitari sono diventati invalicabili e ferrei e perché il canone non è mai stato agganciato nemmeno all’inflazione. E così, o si vara una profonda riorganizzazione dell’azienda «o la concorrenza schiaccerà la Tv pubblica». Come accaduto, ad esempio, nella recente perdita dei diritti delle Atp Finals a vantaggio del rivale dove racconta un top manager di viale Mazzini, «Mediaset ha fatto solo il suo mestiere. È la Rai che non aveva le risorse per vincere la gara». Taglia oggi e taglia domani, (certo la Bbc sta peggio che annuncia tagli per 600 milioni) lascia andare via Flavio Insinna, Amadeus e Fabio Fazio anche Rete 4 è cresciuta al 7,7%, Italia 1 del 2, 51% e perfino Affari Tuoi, da leader incontrastato dell’anno passato, ha ceduto lo scettro alla Ruota di Jerry Scotti.

Ora il 2026 promette meglio, la produzione è corsa ai ripari, il programma di De Martino è ripartito ma le differenze di una volta tra reti sono colmate. Raiuno per avere un sussulto d’orgoglio si è dovuta aggrappare alla Lotteria Italia dello scorso 6 gennaio con il 37,66 per cento di share. Dopodiché si scommette sulla fiction e con La Preside al 27% di share. Ma anche qui, la musica sta cambiando: perché nonostante il genere resti trainante c’è un abisso tra il fenomeno Conte di Montecristo con il 31,37 per cento di share (quasi sei milioni a puntata) dello scorso anno e l’ottima Luisa Ranieri con quattro milioni e mezzo di media.

Da qui un quadro a dir poco allarmante dove Mediaset si gioca la sua partita con A testa alta che ha messo nel cassetto una media del 25,21% di share. E così, dal settembre dello scorso anno al 7 febbraio scorso (Olimpiadi escluse), in prima serata, Mediaset si piazza al 22,23 per cento di share e Raiuno si ferma al 21,11. Sul fronte generaliste non va meglio a mamma Rai (secondo i dati Auditel elaborati da studio Frasi): Mediaset più 20,3 per cento contro la Rai a meno 9,5%. E in prima serata il quadro non migliora, anzi: in termini di audience più 45,1% di share Canale 5 meno 9,6 per cento Raiuno.

È chiaro che gli eventi olimpici stanno declinando un nuovo orizzonte. Marzo, come spiega Francesco Siliato di “Studio Frasi”, «potrebbe essere il mese del recupero». Ma anche febbraio stesso. La Rai punta tutto sull’accoppiata Sanremo-Olimpiadi. I risultati di Milano-Cortina premiano gli ascolti. E perfino Raidue esce dal coma risalendo al 14,02 per cento. Lo sport e le medaglie vinte richiamano gli italiani. Ma il tema non è nella sfida sulla lunga distanza.

«Certo – riprende Francesco Siliato – febbraio può essere una grande occasione, perché dopo lo sport c’è Sanremo che certamente farà crescere Raiuno ma poi c’è ancora tutta una stagione davanti». Perché come si cantava nell’operetta “Salomè, una rondine non fa primavera”. E, infatti, con tanti segni meno davanti anche i Tg battono la fiacca. Con il segno più davanti ci sono solo il Tg5 di Clemente Mimun, il notiziario del Tg4 e Studio aperto tg.

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