Perché la competitività è questione di resilienza

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I fermenti europei sulla competitività sono benvenuti e necessari e certo i due rapporti Draghi e Letta aiutano a definire una strategia. Nei subbugli delle posizioni divergenti degli Stati membri, rimangono il riferimento centrale per lo spazio strategico futuro.

In realtà il radicale cambio di priorità e di orizzonti geopolitici degli ultimi due anni rende il lavoro della Commissione assai complesso e non è semplice utilizzare i due rapporti in modo costruttivo ed efficace.

Un tempo competitività significava banalmente efficienza, utilizzare meno risorse possibili per produrre un bene o un servizio richiesto dai consumatori. La ricetta era semplice: mantenere mercati aperti e competitivi senza distorsioni della concorrenza. E da qui, le norme contro gli aiuti di Stato, che potevano favorire le imprese di un paese a scapito di altri, la centralità delle politiche a tutela della concorrenza e infine il focus sulla necessità che le imprese crescessero (e dunque diventassero più efficienti).

Ma nel frattempo abbiamo scoperto che chi ha fatto surrettiziamente uso di sussidi pubblici, abbondanti e forse ben mirati, è stato capace di superaci in tecnologie chiave (vedi Cina, batterie e pannelli solari). E che altri, più di noi campioni della distruzione creativa del libero mercato e capaci di utilizzare e catalizzare immense risorse finanziarie verso l’innovazione, ci hanno superato su altre tecnologie cruciali (vedi Usa, digitale, intelligenza artificiale).

Ed è finito il mondo di quasi gentilpersone fondato su regole per cui sapevi che anche se le tecnologie le sfornavano gli altri non importava più di tanto. Siamo invece passati ad uno scenario di politiche aggressive di potere, di maschi alfa che giocano a chi è il più forte, dove quel che tu dai è dovuto e quel che ottieni è concesso.

In questo nuovo mondo la competitività ha poco a che fare con l’efficienza. La competitività di oggi riguarda invece la resilienza e la sovranità: ossia l’urgenza di non dipendere da altri, la necessità di imparare, reimparare o non disimparare a fare cose che altri fanno meglio di noi. Questo cambio di prospettiva è un salto quantico, perché significa varare una strategia di politica economica dove essere efficienti non è più proritario. Quel che conta è essere autosufficienti. Ma i mercati continuano ad essere aperti (per fortuna) e dunque lo spazio per investire sacrificando l’efficienza è molto limitato.

Per questo bisogna fare attenzione a non cadere in facili e gravi errori. Per esempio, nell’Industrial Accelerator Act che la Commissione sta varando in questi giorni potrebbero venire introdotte restrizioni ad utilizzare solo beni e strumenti made in Europe e vincoli su investimenti esteri in Europa. Misure queste che limiterebbero l’accesso delle nostre imprese alle migliori tecnologie, minandone di conseguenza l’efficienza.

Inoltre, c’è totale incertezza su quali siano davvero le aree e i settori su cui investire. L’Europa ha finora fatto dell’ambiente la propria bandiera. Giusto, un chiaro obiettivo di bene pubblico globale. Ma la difficoltà della transizione del settore automobilistico verso l’elettrico o il fatto che beni essenziali a questa transizione come i pannelli solari siano prodotti altrove, dimostrano quanto sia complesso calare dall’alto un processo tecnologico così complesso come quello ambientale, per poi tradurlo in una strategia di sviluppo industriale.

Pensate, infine, ai sussulti di mercato sull’intelligenza artificiale in questi giorni. Da un lato, gli investitori puniscono le big tech per investimenti colossali ad esempio in data center (660 miliardi quest’anno) che non saranno facilmente sostenibili. Dall’altro, vendono le azioni di imprese come compagnie di software o case di consulenza a rischio di essere completamente spiazzate dall’intelligenza artificiale.

Insomma regna sovrana l’incertezza su quale possa essere una strategia vincente di politica economica. Per questo, invece di arrovellarsi su complessi scenari industriali, come primo passo, chi governa l’Europa, Commissione e paesi membri, farà bene a concentrarsi su quelli che sono gli ovvi vincoli alla nostra prosperità: le barriere che ancora limitano il pieno funzionamento e l’integrazione del mercato interno, a cominciare da banche, capitali, energia e comunicazioni, come postulato dal rapporto Letta. E soprattutto ridurre la frammentazione nazionale delle regole.

Paradossalmente, le nostre evidenti debolezze tracciano una strada chiara e relativamente semplice per rifondare la competitività europea e anche rafforzare la nostra sovranità. barba@unimi.it

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