Petraeus: “L’obiettivo è rovesciare il regime, gli Usa non manderanno soldati”

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«Ascoltando il presidente sembra molto chiaro che fra gli obiettivi dell’attacco, se non quello principale, ci sia degradare il regime così che possa essere rovesciato. In altre parole un regime change». David Petraeus, il generale della strategia del surge in Iraq e già capo della Cia con l’Amministrazione Obama, individua tre livelli di “scopi” nell’Operation Epic Fury. Oltre alle condizioni per il cambio di regime – spiega – ci sono la diminuzione delle capacità di rappresaglia e la distruzione di quel che rimane del programma nucleare e «secondo l’Aiea le riserve di uranio arricchito al 60% sono nelle profondità del centro di Isfahan».

Generale, partiamo dalla decapitazione della leadership. Come si è arrivati militarmente a questo?
«Gli israeliani si sono concentrati sui pezzi grossi, gli americani su altri obiettivi. Israele ha colpito Khamenei, la sua famiglia, il ministro della Difesa, i capi della Guardia rivoluzionaria. Molti sembra siano stati uccisi, forse anche la Guida suprema, conferme arriveranno. È interessante notare che l’operazione è scattata all’alba e non come in genere accade nel cuore della notte».

Perché?
«Probabilmente i servizi di intelligence avevano abbastanza informazioni da ritenere che i leader delle varie agenzie fossero riuniti proprio pensando che mai sarebbe arrivato un attacco con il sole nascente. Quindi un effetto sorpresa».

Anche nel 2003 l’Amministrazione americana provò a decapitare la leadership irachena, allora shock and awe scattò di notte sul compound che proteggeva il cerchio ristretto di Saddam Hussein. Vede analogie fra i due interventi?
«Ci sono molte differenze e poi quell’operazione andò male. Ma 23 anni più tardi sono migliorate le capacità di rintracciare e colpire gli individui. L’abbiamo già visto con quel che hanno fatto gli israeliani in Libano e in Iran nel 2024».

Ritiene possibile eseguire un’operazione di cambio di regime senza soldati sul terreno?
«Trump ha detto che non ci saranno boots on the ground. In Iraq non furono bombe e missili a provocare il cambio di regime. Furono la Terza Divisione di Fanteria, la 101° US Airborne Division nota come Screaming Eagle che ebbi il privilegio di guidare, la 82ª Airborne. Questa è una situazione diversa, gli Usa potranno avere qualcuno sul terreno, qualche asset, ma in numeri e capacità limitate e in zone sicure».

Trump ha invitato gli iraniani ad agire, visto che ora hanno il sostegno Usa. Crede che il regime della Repubblica islamica imploderà?
«L’Iran ha un piano di successione per ogni livello della scala gerarchica. Non basterà l’uccisione dell’ayatollah per porre fine al conflitto e far cadere il regime islamico. Il regime change – ripeto, senza l’impiego di soldati – necessita vi siano della fratture dentro il governo».

Ce ne sono?
«Al momento non ne abbiamo viste. Il regime è molto compatto, logico e i membri sanno che perderebbero tutti e tutto se rovesciati. È una situazione molto diversa da quando avvenne in Egitto nel 2011».

Perché?
«Allora le Forze Armate tolsero il sostegno a Hosni Mubarak, lo gettarono, metaforicamente, sotto il bus, fecero un passo indietro garantendosi così il potere politico di preservare l’influenza. Dopo l’elezione di Morsi, osservando che la direzione imboccata dal Paese non era quella gradita, si sono ripresi, con Al Sisi, il potere. Non c’è niente di comparabile a quello che avviene in Iran oggi. L’apparato di sicurezza – polizia, Guardia rivoluzionaria, milizie Basij, militari – sono uniti. Non ci sono leader preminenti in ascesa o fazioni che mettono in discussione le scelte politiche che hanno portato il Paese alla rovina e all’isolamento internazionale. Data questa coesione, non credo che solo i raid aerei e le perdite della leadership inneschino il collasso del regime».

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Fra gli obiettivi ha citato la riduzione delle capacità di retaliation dell’Iran. Teheran ha colpito basi nei Paesi del Golfo e lanciato missili verso Israele. Fino a quando la Repubblica islamica avrà la capacità di replicare massicciamente all’offensiva congiunta Usa-Israele?
«Anzitutto la replica iraniana questa volta non è stata dimostrativa ma massiccia. La vera e più importante domanda cui l’intelligence sta cercando di dare una risposta è proprio fino a quando l’Iran potrà sostenere questi livelli e come si può rapidamente degradarne le capacità offensive. E quando si parla di capacità di colpire ci si riferisce a un ventaglio ampio di armi o di opzioni. Quante rampe di lancio per i missili ci sono? Quanti razzi? Valutare questa situazione e agire di conseguenza distruggendo missili e droni – che sono le principali strumenti di rappresaglia – è la priorità. Oltre a questo l’Iran ha altre opzioni incluso il dispiegamento di navi posamine nello Stretto di Hormuz che richiederebbe una operazione di sminamento su vasta scala. Le milizie proxy sono un altro motivo di preoccupazione, Hezbollah è più debole ma può riattivarsi; gli Houthi minacciano le rotte marittime nel Canale di Suez. La difesa israeliana è tarata su diversi livelli e i sistemi anti-missili come Iron Dome e l’Arrow sono integrati con le difese navali per rispondere a un ampio spettro di attacchi”.

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