L’attacco di Stati Uniti e Israele, la reazione estesa dell’Iran e la morte di Khamenei toccano da vicino gli interessi della Cina. Molto più di quanto non fosse accaduto con la cattura di Maduro in Venezuela. A Pechino avevano capito che la situazione stava per precipitare, tanto che venerdì le autorità avevano chiesto ai cittadini cinesi di lasciare la Repubblica Islamica «il prima possibile».
Sabato, è arrivata l’immediata condanna degli attacchi di Stati Uniti e Israele: «Chiediamo la cessazione immediata delle operazioni militari e la ripresa del dialogo», ha commentato in serata il ministero degli Esteri. Critiche anche sulle pretese americane sul nucleare: «I principali violatori dell’ordine nucleare internazionale sono gli Usa».
I media di stato sostengono che i negoziati dei giorni scorsi fossero «solo una copertura diplomatica», mentre l’obiettivo di Donald Trump sarebbe «sempre stato il cambio di regime». Uno spauracchio per Pechino, che chiede di rispettare «la sovranità nazionale dell’Iran».
La prima preoccupazione della Cina è di natura economica. La Cina importa dagli ayatollah oltre un milione di barili di petrolio al giorno: circa l’80% delle esportazioni di Teheran, primo fornitore della potenza asiatica. Secondo diversi analisti, una parte cospicua di quel greggio iraniano entra in Cina etichettato come “petrolio miscelato malese”, mentre le transazioni vengono effettuate attraverso istituti più piccoli e non dalle principali banche statali.
Questo consente a Pechino di evitare le sanzioni secondarie degli Stati Uniti. Dopo la cattura di Maduro in Venezuela, Pechino rischia così di perdere un altro partner energetico, ben più cruciale di Caracas. E, soprattutto, di dover dire addio ai prezzi scontati garantiti da Teheran, dipendente dalle esportazioni verso la Cina. La chiusura dello Stretto di Hormuz colpisce gravemente gli interessi della Cina, che potrebbe essere costretta a rialzare le importazioni dalla Russia, potenziale vincitrice del caos in Medio Oriente.
Gli interessi della Cina vanno oltre. L’Iran è un tassello importante della Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta) e nel 2020 ha firmato un accordo di cooperazione di ben 25 anni. Pechino si è impegnata a investire tra i 300 e i 400 miliardi di dollari su gas, trasporti, telecomunicazioni, industria e infrastrutture. Di recente è stata completata una ferrovia nell’ambito della Via della Seta, che costruisce un corridoio logistico parzialmente alternativo alle rotte marittime.
IL PERSONAGGIO
Khamenei, dietro la fine oscura dell’ayatollah l’illusione occidentale del cambio di regime

C’è poi anche una partnership strategica: la Cina esporta in Iran tecnologia ed equipaggiamenti militari e, secondo Reuters, sarebbe vicino un accordo per missili da crociera antinave. Nel frattempo, da giorni una società cinese di analisi di intelligence diffonde immagini satellitari dei movimenti delle forze armate americane nella regione. Teheran vorrebbe un sostegno più diretto, ma la Cina non ha alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere. L’analista cinese Wang Zichen sottolinea che la reazione di Pechino resterà prettamente nella sfera retorica, paragonando il comunicato di sabato che esprime «grave preoccupazione» sugli attacchi al consueto linguaggio «poco pratico» dell’Unione Europea.
La Cina ha molto da perdere anche dal punto di vista diplomatico. Un cambio di regime aprirebbe interrogativi sulla futura postura internazionale di Teheran, cambiando potenzialmente gli equilibri dell’area. Non solo: le ritorsioni contro le basi militari americane in Medio Oriente stanno alienando all’Iran i Paesi della regione. Rischiano così di essere resi vani gli enormi sforzi con cui la Cina era riuscita negli scorsi a guadagnare un grande prestigio diplomatico nell’area, ospitando la firma dell’accordo con cui Iran e Arabia Saudita hanno riavviato le relazioni diplomatiche nel 2023. In seguito, Pechino si è data anche il ruolo di portavoce dei Paesi musulmani sulla crisi di Gaza, insistendo per la soluzione dei due Stati e il riconoscimento della Palestina.

Quanto sta accadendo in Iran potrebbe avere anche impatti sulla postura di sicurezza della Cina, che nella fine di Khamenei (e Maduro) vede la conferma della necessità di accelerare il rafforzamento del proprio arsenale nucleare, come misura di deterrenza strategica. D’altronde, c’è chi è convinto che le mosse di Trump abbiano tra gli obiettivi proprio Pechino, a partire dai suoi interessi energetici. Dopo la cattura di Maduro, il politologo portoghese Bruno Maçães aveva immaginato uno scenario di «blocco energetico americano, simile a quello applicato contro il Giappone prima della Seconda guerra mondiale».
Sui social cinesi, come Weibo, qualcuno ipotizza che Trump abbia voluto mostrate la disponibilità a usare la potenza militare per rimuovere leader stranieri a lui sgraditi come segnale di forza, dopo che la sentenza della Corte Suprema sui dazi ha indebolito la sua posizione negoziale nei confronti di Xi Jinping. Da non dimenticare che dal 31 marzo al 2 aprile il presidente americano è atteso a Pechino per una visita cruciale, anche se secondo il Wall Street Journal non si può escludere che Xi chieda un rinvio in caso di un’ulteriore escalation bellica in Medio Oriente.
IL RETROSCENA
Meloni, vertice di emergenza: “Avvisati ad attacchi in corso”. Crosetto bloccato a Dubai

Da non trascurare le potenziali implicazioni sui rapporti tra Cina e Russia. A inizio febbraio, al termine di un colloquio col segretario del Consiglio di sicurezza di Mosca Sergej Shoigu, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha parlato di «interessi comuni e interessi rispettivi». Una distinzione non usuale negli ultimi anni di partnership strategica tra Pechino e Mosca. Nonostante le prese di posizione ufficiali siano allineate, Cina (maggiore importatore di energia al mondo) e Russia (uno dei maggiori esportatori) hanno interessi strutturalmente diversi sul fronte delle conseguenze energetiche. La Cina teme di affrontare un peggioramento delle condizioni di scambio in caso di interruzioni significative e prolungate della produzione energetica globale. Al contrario, le esportazioni di energia russe potrebbero trarne enormi benefici.
C’è anche chi intravede delle opportunità per la Cina. Dal punto di vista retorico, il conflitto sarà utilizzato per ridicolizzare l’etichetta di “peacemaker” utilizzata dai Maga. Sul fronte strategico, il nuovo conflitto potrebbe ridurre l’attenzione americana sull’Asia-Pacifico. Già negli scorsi mesi, Trump ha ritirato dalla Corea del Sud due unità missilistiche Patriot per rilocalizzarle in Medio Oriente. Pechino può dunque sperare di avere più libertà di manovra nel suo vicinato.
In questa fase, i problemi sembrano però maggiori delle opportunità. E il caos in Medio Oriente è una lunga ombra sulle annuali “due sessioni” legislative e consultive del sistema politico cinese, al via mercoledì 4 marzo e chiamate ad approvare il nuovo piano quinquennale 2026-2030.
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