«I prezzi del petrolio potrebbero salire ancora, e molto facilmente». Mentre il mondo tratta e trema, Paul Krugman lancia una sorta di profezia: la corsa del greggio a cui stiamo assistendo non è finita. Anzi, secondo il premio Nobel per l’Economia, storica firma del New York Times che oggi cura una newsletter sulla piattaforma Substack, l’impennata dell’oro nero cominciata con le bombe sull’Iran ha colpito Donald Trump e i suoi, «che stanno dibattendo furiosamente».
Eppure, ragiona Krugman, gli Stati Uniti e le grandi economie globali «dipendono molto meno dal petrolio rispetto agli anni ’70, e anche a 100 dollari al barile» la situazione economica non sarebbe fuori controllo. Anzi, i livelli a cui viaggiano le quotazioni – il Brent del Mare del Nord è risalito oltre 100 dollari, il West Texas Intermediate sopra 95 – sono più o meno in linea con quelli raggiunti nel primo mandato del tycoon, «quando nessuno parlava di una crisi energetica».
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Nonostante questo, «se si osserva lo stato dell’offerta globale di petrolio, la situazione è estremamente grave. Circa il 20% del normale flusso mondiale è intrappolato all’interno dello Stretto di Hormuz e come abbiamo visto nell’ultimo giorno, persino le petroliere e gli impianti petroliferi all’interno dello Stretto sono vulnerabili agli attacchi». La parte più esposta è l’Asia: circa l’80% del petrolio transitato nello stretto è destinato a Oriente. Già a gennaio e febbraio la Cina aveva aumentato notevolmente i propri acquisti di greggio per proteggersi dalle tensioni geopolitiche, rafforzando le riserve strategiche.
Per Krugman, dunque, se «questo blocco dovesse persistere, sarebbe uno choc molto peggiore per le forniture mondiali di petrolio rispetto all’embargo del 1973, alla rivoluzione iraniana del 1979 o all’invasione russa dell’Ucraina del 2022».
Il problema è capire cosa succede se lo Stretto rimarrà chiuso per mesi. Secondo il Nobel, «è una questione di domanda e offerta. Se la quantità di petrolio fornita ai mercati mondiali non può aumentare – il che, per quanto ne sappiamo, non avverrà finché i mullah non decideranno di lasciar passare le petroliere – il prezzo del petrolio dovrà salire abbastanza da ridurre la quantità domandata».
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Già, ma fino a che punto? Per Krugman, «abbastanza da convincere gli automobilisti a smettere di guidare, i camion a smettere di trasportare merci, le compagnie aeree a smettere di volare». Uno scenario estremo. «In altre parole, il prezzo del petrolio dovrebbe salire abbastanza da causare una crisi economica globale, anche se il mondo dipende molto meno dal greggio rispetto al passato».
Con il tempo necessario per adattarsi, sostiene l’economista, «il mondo può risparmiare petrolio in molti modi diversi. Ad esempio, il consumo di carburante per chilometro percorso è praticamente dimezzato nei decenni successivi ai choc petroliferi degli anni ’70 — e questo era prima dei veicoli ibridi ed elettrici. Nel lungo periodo, l’economia mondiale potrebbe fare a meno del petrolio del Golfo Persico, a un costo minimo in termini di Pil globale».

Ma nel lungo termine, come amava ripetere John Maynard Keynes, siamo tutti morti. Nel breve, l’impatto economico di una perdita prolungata del petrolio del Golfo potrebbe essere devastante. Non è solo un problema economico, però. È anche e soprattutto politico. «Diventa sempre più chiaro, con il passare dei giorni, che le persone che ci hanno portato in guerra con l’Iran non avevano e non hanno idea di cosa stessero facendo. Sono adolescenti che credono di giocare ai videogiochi, mentre migliaia di persone muoiono e il mondo precipita verso la crisi economica».
Secondo il New York Times, Trump ha spiegato che il petrolio venezuelano avrebbe potuto contribuire a risolvere eventuali choc derivanti dal conflitto. Solo che, nota Krugman, nel 2024 il Venezuela ha prodotto 900.000 barili di petrolio al giorno, mentre normalmente attraverso lo Stretto di Hormuz ne transitano 20 milioni: «L’aritmetica», chiosa ironico il Nobel, «ha una nota tendenza al woke».
E la previsione finale getta diverse ombre. «Ho visto alcuni allarmisti avvertire che una lunga guerra nel Golfo potrebbe portare il petrolio a 150 dollari al barile – avvisa Krugman – A me sembra una cifra bassa».
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