Il petrolio russo è al centro dell’ennesimo scontro interno all’Unione europea e l’Ucraina ne sta pagando le conseguenze. Ma la questione è molto più complessa di quanto sembri, per questo è necessario fare un po’ di chiarezza sulle ragioni dello scontro che scorre dentro i tubi dell’oleodotto Druzhba. Poi si parla anche di come la Commissione ha risposto a un’iniziativa dei cittadini europei sul diritto all’aborto e di come il Pentagono stia facendo pressione sull’Ue per favorire la sua industria bellica, il tutto condito con un po’ di prezzemolo italiano. Ah! E poi c’è pure Mario Monti che rivela cosa c’era scritto su quei bigliettini che Angela Merkel teneva in tasca.
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Chi ha chiuso i rubinetti dell’oleodotto Druzhba? Chi impedisce al petrolio russo di scorrere nei tubi che attraversano l’Ucraina e che sfociano in Ungheria e Slovacchia? Esistono soluzioni alternative all’oro nero di Mosca per rifornire i due Paesi che ancora si riforniscono da Putin oppure c’è il rischio concreto che restino a secco, dato che da qualche giorno hanno iniziato ad attingere alle riserve?
Mentre sul terreno si continua a combattere ininterrottamente da quattro anni, nelle ultime settimane si è scatenato un conflitto collaterale. Una guerra del petrolio fatta di minacce e accuse incrociate. Uno scaricabarile, insomma.
Nei prossimi giorni dovrebbe partire un’ispezione congiunta sul terreno con i tecnici dei Paesi coinvolti per cercare di chiarire la vicenda e trovare una via d’uscita. Ma non è semplice perché ci sono evidenti rischi per la sicurezza della missione che dovrebbe tenersi in un teatro di guerra.
In attesa di capire come stanno esattamente le cose, c’è già una vittima, anzi due: il prestito da 90 miliardi all’Ucraina e il ventesimo pacchetto di sanzioni economiche alla Russia.
Martedì i vertici delle istituzioni europee sono andati a Kiev per commemorare il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa. Volevano “bussare coi piedi”, come si dice a Roma. E invece si sono presentati da Volodymyr Zelensky a mani vuote perché l’Ungheria e la Slovacchia hanno tenuto in ostaggio i due provvedimenti. Non li libereranno fino a quando il petrolio russo non tornerà a scorrere nelle loro raffinerie.
Gli attacchi
Ma perché l’oleodotto Druzhba non sta funzionando? La ragione ufficiale è che è stato danneggiato dai bombardamenti. Ma sui dettagli, ci sono versioni contrastanti.
Certamente c’è stato un pesante attacco da parte della Russia nei pressi della città di Brody, lo scorso 27 gennaio, che avrebbe messo ko l’infrastruttura. Ma non è stato l’unico.
Nella terza settimana di febbraio, poi, i droni ucraini hanno colpito la stazione di pompaggio di Keleiniko, in territorio russo, che alimenta l’oleodotto Druzhba. Sono state registrate almeno sei esplosioni che hanno provocato un incendio e interrotto i flussi. Ma già ad agosto un’altra stazione, nella regione russa di Tambov, era stata colpita dall’Ucraina.
Si tratta di azioni rivendicate dall’esercito di Kiev che hanno proprio come obiettivo le infrastrutture energetiche russe. La ragione è molto chiara: l’Ucraina punta a colpire le fonti di finanziamento del Cremlino, dunque anche la vendita del petrolio.
Le motivazioni
Il premier ungherese Viktor Orban e quello slovacco Robert Fico accusano Volodymyr Zelensky di rallentare volutamente la riparazione dell’infrastruttura per danneggiare innanzitutto la Russia. Ma anche per colpire i due Paesi vicini, dove il petrolio ora scarseggia e i prezzi sono alle stelle. Secondo Orban, Kiev “con il sostegno di Bruxelles” punta così a condizionare l’esito delle elezioni del 12 aprile, sostenendo il partito d’opposizione Tisza.
Zelensky rilancia la palla nel campo dei due Paesi vicini e dice che dovrebbero prendersela con Putin, visto che è stato l’esercito russo a danneggiare l’oleodotto con i continui bombardamenti.
La Commissione europea è in grande difficoltà. Ha intimato alla Slovacchia e soprattutto all’Ungheria di mettere da parte i loro veti. Ma ha anche chiesto all’Ucraina di accelerare gli interventi sull’oleodotto.
Zelensky, però, dice che le riparazioni non si possono fare in tempi brevi, anche perché nel frattempo la Russia continua a bombardare. Kiev sostiene di aver offerto ai due Paesi canali alternativi per la fornitura di petrolio, che potrebbe arrivare dal Mar Nero e poi essere trasportato tramite l’impianto che collega Odessa con Brody.
La Commissione ha inoltre ricordato che i due Paesi possono usare l’oleodotto Adria che parte dalla Croazia per trasportare il petrolio che arriva via mare dal Mediterraneo. E che dunque le alternative esistono. Ma ovviamente l’infrastruttura non trasporta il greggio di Mosca e questo non va bene a Ungheria e Slovacchia che vogliono continuare a importare il petrolio russo per una questione economica, ma anche di compatibilità con i loro impianti di raffinazione.
La storia dell’impianto
L’oleodotto Druzhba (il cui nome significa “amicizia”) è entrato in funzione nel 1964 per fornire il petrolio russo ai Paesi che all’epoca erano nell’orbita sovietica, soprattutto quelli senza sbocco sul mare. L’impianto originale si snodava lungo una rete di circa 4.000 chilometri di tubi, fino alla Germania.
Dopo l’invasione in Ucraina del 2022, soltanto tre Paesi dell’Unione europea hanno continuato ad acquistare petrolio dalla Russia tramite l’oleodotto: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Quest’ultima ha subito ridotto i flussi e da quasi un anno li ha azzerati, sostituendoli con il greggio importato grazie all’oleodotto Tal-Plus. La capacità dell’infrastruttura che parte da Trieste è stata raddoppiata proprio per offrire un’alternativa al Druzhba e dallo scorso anno può trasportare fino a otto milioni di tonnellate l’anno. Budapest e Bratislava, invece, hanno continuato a comprare il greggio di Mosca.
Nel 2025, l’Ungheria ha importato oltre 5 milioni di tonnellate di petrolio russo, per un valore di più di 2 miliardi di euro. La Slovacchia una quantità leggermente superiore. Le due quote, sommate, rappresentano circa il 2% del totale delle importazioni di petrolio nell’Unione europea.
Il divieto
La Commissione ha presentato lo scorso anno un piano per chiedere agli Stati di eliminare gradualmente l’import di petrolio dalla Russia entro la fine del 2027. Il divieto vero e proprio per tutti non è stato ancora approvato, ma Palazzo Berlaymont ha già fissato una data: secondo la bozza del calendario, il provvedimento dovrebbe essere presentato il 15 aprile. Vale a dire tre giorni dopo il voto in Ungheria proprio per non condizionare la campagna elettorale.
Ma le indiscrezioni stanno già alimentato polemiche anche perché la Commissione sembra intenzionata a utilizzare ancora una base giuridica di tipo commerciale per introdurre il divieto. Questo vuol dire che per l’approvazione basterebbe la maggioranza qualificata, depotenziando così il possibile veto di Ungheria e Slovacchia.
Si tratta dello stesso stratagemma utilizzato per introdurre il divieto di importare gas russo. E che per questo era stato contestato dai due Paesi. Che nel frattempo usano il loro veto laddove possono: per le sanzioni, che vanno approvate all’unanimità, e per il prestito a Kiev, che nonostante sia stato approvato tramite una cooperazione rafforzata richiede comunque il via libera di tutti i 27 perché costruito sul bilancio comune.
IL BICCHIERE A METÀ
La Commissione europea ha accolto, a modo suo, la petizione lanciata dall’iniziativa “My voice, my choice” per garantire “un aborto sicuro e accessibile” in tutta Europa. L’iniziativa ha permesso di raccogliere 1,2 milioni di firme (di cui poco più di 161 mila in Italia) e quando si supera la soglia del milione, la Commissione è obbligata a rispondere con una proposta.
I promotori chiedevano lo stanziamento di fondi per aiutare economicamente le donne che sono costrette a recarsi in altri Stati perché nel loro la pratica è vietata. Palazzo Berlaymont ha deciso di non istituire un fondo ad hoc e questa è la parte mezza vuota del bicchiere.
Ma ha detto che gli Stati membri – “su base volontaria” – potranno stanziare le risorse attingendole dal Fondo sociale europeo Plus, in modo da garantire una copertura della prestazione sanitaria, includendo anche le spese di viaggio e di soggiorno per chi deve recarsi all’estero. E questa è la parte mezza piena del bicchiere.
Nel complesso, comunque, il giudizio dei promotori è positivo. Secondo l’Associazione Luca Coscioni, coordinatrice per l’Italia di “My voice, my choice”, la decisione “è importante sul piano pratico, su quello ideale e su quello di principio” anche perché sancisce “a livello europeo il diritto ad accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità”.
FRENATA SULL’ACCELERATORE
La Commissione europea ha rinviato ancora una volta la presentazione dell’Industrial Accelerator Act, il provvedimento normativo che prevede – tra le altre cose – di garantire una corsia preferenziale alle imprese europee negli appalti pubblici e di stabilire quote minime di componenti “Made in Europe” per i prodotti che possono essere sovvenzionati con fondi statali.
Si tratta di una clausola molto controversa sulla quale i governi europei stanno litigando. Promossa dalla Francia, è osteggiata dalla Germania che ha chiesto di sostituirla con il “Made with Europe”. E ovviamente il provvedimento si scontra con l’opposizione degli Stati Uniti.
Proprio il Pentagono, nei giorni scorsi, ha inviato a Bruxelles un documento con alcune osservazioni relative a un altro provvedimento in cantiere, quello che dovrebbe introdurre la preferenza europea negli appalti nel settore della Difesa.
Secondo il “Dipartimento della Guerra”, questa misura rischia di compromettere il piano di riarmo europeo e mette a rischio l’interoperabilità dei sistemi usati all’interno della Nato. Per questo motivo ha lanciato un avvertimento e minacciato conseguenze per i Paesi europei.
NELLE TASCHE DI MERKEL
L’altra sera ho partecipato a un incontro a Bruxelles con il senatore a vita Mario Monti, organizzato dal circolo Nuova Palombella per discutere dell’effetto Trump sull’Europa e sull’Italia.
L’ex presidente del Consiglio ha anche raccontato una serie di aneddoti di quando era commissario europeo e di quando era a capo del governo, a partire dal novembre 2011. Soprattutto, ha raccontato dei suoi scambi con l’allora cancelliera tedesca, estremamente preoccupata per la tenuta dei conti pubblici italiani. Si tratta di quel periodo in cui tutti abbiamo imparato il significato finanziario della parola “spread”.
“La signora Merkel, con grandissimo garbo, estraeva dalla tasca un foglietto in cui c’erano gli importi a scadenza dei nostri titoli” ha raccontato Monti. “E mi chiedeva: ‘Mario, ma pensi che alla fine di questo mese riuscirete a raccogliere questa cifra?’. Cioè, lei mi faceva i conti in tasca. Ma nella sua tasca!”.
PREZZEMOLO ITALIANO
Gli italiani a Bruxelles sono come il prezzemolo: li trovi ovunque. Basti pensare che sono la prima nazionalità rappresentata tra i funzionari della Commissione europea (persino più dei belgi che ne ospitano le sedi, eppure sono solo secondi!). Da qualche giorno, gli italiani sono ormai presenti anche in tutti i gruppi al Parlamento europeo. Dall’estrema destra all’estrema sinistra, isole comprese.
Roberto Vannacci, come previsto, dopo l’uscita dalla Lega e dal gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo ha trovato ospitalità in una nuova compagine politica. Da martedì è il primo italiano e il ventottesimo membro del gruppo dell’Europa delle nazioni sovrane, il gruppo costruito attorno al partito tedesco Afd.
L’ex generale, che guarda con una certa nostalgia al Ventennio del secolo scorso e alla Decima Mas, si è subito trovato in sintonia con i nuovi compagni di viaggio, spesso accostati al nazismo. Ma dietro questo matrimonio tra figure politiche considerate troppo estremiste persino dal leader del Rassemblement national, Jordan Bardella, ci sono anche ragioni di convenienza che ho cercato di spiegare in questo articolo.
Lo stesso giorno, anche Elisabetta Gualmini ha annunciato il suo ingresso in un nuovo gruppo. Dopo aver lasciato il Pd, l’eurodeputata ha aderito ad Azione e formalizzato il suo passaggio nei liberali di Renew Europe. Del gruppo fa parte anche un altro italiano: Sandro Gozi, che però è stato eletto in Francia e quindi soltanto con Gualmini l’Italia è formalmente rappresentata nella formazione liberale.
Buon weekend e alla prossima settimana!
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