Quei referendum che hanno cambiato la storia

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L’Italia è figlia del referendum: quando il 2 giugno 1946 si votò per scegliere tra monarchia e repubblica (e, contestualmente, per eleggere i rappresentanti all’Assemblea Costituente), il nostro Paese entrò per la prima volta a pieno titolo nella dimensione della “democrazia”. Voto per tutti, donne e uomini; una campagna elettorale libera, tanto accesa nei toni quanto plurale nelle proposte; il voto di ognuno espresso nel segreto dell’urna, al di fuori di controlli e pressioni; una partecipazione plebiscitaria, 25 milioni di votanti su 28 milioni di aventi diritto, l’89,08% (e negli archivi di molti Comuni si conservano le giustificazioni mediche – non richieste – mandate da chi non andò ai seggi perché malato). Era l’Italia uscita dalla retorica del Ventennio e dalla tragedia della guerra, che nella partecipazione esprimeva un antifascismo esistenziale prima ancora che politico.

Riconosciuto nella Costituzione come strumento per abrogare una legge (art. 75) o per confermare una riforma parlamentare del testo costituzionale (art. 138), il referendum ha riempito di consultazioni questi 80 anni di storia repubblicana: con quello di oggi siamo a 84 referendum (compreso quello del 2 giugno), di cui 77 abrogativi. Alcuni hanno proposto quesiti assurdi per il loro tecnicismo, come quello del 16 aprile 2016 relativo alle concessioni per l’estrazione di idrocarburi dalle zone di mare entro 12 miglia dalla costa marina, o quello del 12 giugno 2020 sull’eliminazione del «pericolo di reiterazione del reato» dai criteri per disporre una misura cautelare. I cittadini devono essere chiamati ad esprimersi su materie rispetto alle quali hanno competenze o possono ragionevolmente acquisirle, non su aspetti che competono agli addetti ai lavori.

Ci sono state però alcune consultazioni che hanno inciso profondamente sulla storia successiva. La più importante, sul piano dei diritti civili, è il referendum sul divorzio del 1974: promosso dal giurista cattolico Gabrio Lombardi, sostenuto politicamente dalla Dc di Amintore Fanfani e dal Movimento sociale, appoggiato dalla Cei, il quesito intendeva abrogare la legge Fortuna-Baslini che quattro anni prima aveva introdotto l’istituto del divorzio. Affluenza altissima (l’87,72%) per un tema che riguardava la vita di ognuno e un risultato netto, oltre ogni aspettativa: 59,62% contrari all’abrogazione. L’Italia figlia del boom economico e delle lotte sociali del ’68-’69 si scopriva laica, emancipata dalle ingerenze del conservatorismo cattolico. Quel risultato fu di viatico alla legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza e anticipò l’esito di un altro tentativo di negare i diritti, quello del referendum del 1981, che contro le attese dei promotori confermò invece con larghissima maggioranza il diritto all’aborto.

Nel campo delle scelte energetiche, determinanti sono stati i due referendum che hanno bocciato il nucleare: il primo nel 1987, dopo Chernobyl, che portò all’abbandono delle centrali esistenti; il secondo nel 2011 (post Fukushima) con il 94% di voti favorevoli a fermare il ritorno all’energia nucleare. Indipendentemente dalle ragioni del “si” e del “no”, è evidente che quelle consultazioni sono state decisive per orientare la strategia energetica del Paese.

Un ulteriore settore significativo è quello che ha coinvolto i referendum relativi all’organizzazione politica: sull’onda lunga dell’indignazione per la corruzione di un sistema bloccato e corrotto e sulla spinta delle varie inchieste giudiziarie, sono state via via decise la preferenza unica nelle elezioni alla Camera dei Deputati (1991), l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti (1993), l’introduzione del sistema maggioritario nell’elezione del Senato (1993). Al di là dell’incidenza di ognuna di queste deliberazioni, il loro insieme ha contribuito a delegittimare e a smantellare l’esistente, senza però contribuire a creare condizioni nuove e migliori e dimostrando che lo strumento referendario ha un limite di fondo: il ricorso alla democrazia diretta è fondamentale quando si tratta di scelte che coinvolgono la coscienza dei singoli (il divorzio, l’aborto… magari in futuro il fine vita).

Quando invece si tratta di organizzazione istituzionale o di normative specifiche il cittadino non ha strumenti e vota per “sentito dire” o, più spesso, non vota (dal 1997, solo il referendum sul nucleare del 2011 ha ottenuto il quorum): e quando il referendum è confermativo (come quello di ieri e oggi) rischia di trasformarsi in voto sul “contesto” anziché sul “testo”, come ha dimostrato la campagna elettorale di queste settimane.

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