Il 3 febbraio ha segnato il duecentesimo anniversario della nascita di Walter Bagehot (1826-1877), figura che continua a proiettare un’ombra lunga e feconda sul pensiero politico, economico e giornalistico dell’Occidente. Definire Bagehot è un’impresa che mette alla prova le moderne categorie di specializzazione: banchiere, saggista, critico letterario e direttore di giornale, egli incarnò l’ideale dell’intellettuale «rinascimentale» in piena epoca vittoriana.
In un mondo oggi frammentato in compartimenti stagni, la figura di Bagehot ci ricorda un tempo in cui la comprensione della società richiedeva uno sguardo olistico, capace di spaziare dalla psicologia delle masse ai tassi di sconto della banca centrale. In epoca a noi più vicina forse solo un economista-filosofo come il premio Nobel Friedrich von Hayek fu capace di esplorare le vie della conoscenza sotto una profilo non iper-specialistico.
Nato a Langport, nel Somerset, Bagehot crebbe in un ambiente che fondeva affari e intelletto. Suo padre era un banchiere, sua madre una donna di profonda cultura. Questa dualità segnò tutta la sua carriera. Sebbene si fosse laureato in matematica e filosofia a Londra e poi avesse studiato legge, fu nel mondo della finanza e della scrittura che trovò la sua vera vocazione.
La sua polivalenza non era semplice eclettismo, ma una metodologia. Bagehot applicava l’osservazione scientifica ai comportamenti umani. Questa attitudine lo portò a scrivere capolavori che spaziano in ambiti apparentemente distanti. Mentre nel campo della letteratura i suoi saggi critici su Shakespeare e Dickens trattavano gli autori non come monumenti ma come psicologie viventi, nel campo delle scienze sociali in Physics and Politics (1872) fu tra i primi ad applicare le teorie evoluzionistiche di Darwin allo sviluppo delle nazioni.
Cimentandosi nel campo della finanza, poi, con Lombard Street (1873) descrisse il mercato monetario inglese ed introdusse il concetto di prestatore di ultima istanza, fondamento dell’esistenza delle moderne Banche centrali. In un’epoca di panico finanziario, Bagehot sosteneva che la banca centrale dovesse prestare liberamente, a tassi punitivi (solo a chi veramente investiva) e su buone garanzie, per evitare il collasso del sistema. Egli capì, prima di molti altri, che i mercati non sono solo numeri, ma psicologia. La fiducia è la moneta invisibile che tiene insieme la società.
Il contributo più celebre di Bagehot rimane The English Constitution (1867). In quest’opera, egli compì un atto di «profanazione» intellettuale estremamente lucido: spogliò la monarchia britannica del suo misticismo per spiegarne l’utilità pratica.
Egli divise la Costituzione in due parti:
1. Le parti coreografiche (dignified parts), come la Monarchia, che servono a conquistare la fedeltà e l’immaginazione del popolo.
2. Le parti efficienti (efficient parts), come il Gabinetto e il Parlamento, che svolgono il lavoro effettivo di governo.
Secondo Bagehot, la forza del sistema inglese risiedeva proprio in questa finzione teatrale che permetteva al governo «efficiente» di operare dietro un velo di tradizione. La sua celebre definizione dei diritti del sovrano verso il Primo Ministro — il diritto di essere consultato, il diritto di incoraggiare e il diritto di ammonire — rimane ancora oggi il pilastro su cui poggia il ruolo costituzionale dei monarchi moderni.
Il suo lascito più duraturo fu però The Economist, una delle testate più influenti al mondo, che divenne tale nei quindici anni in cui Bagehot ne fu direttore. Non si limitò a scriverne gli articoli: ne plasmò l’identità che permane tutt’oggi.
Egli introdusse uno stile di scrittura che è diventato il marchio di fabbrica del giornale: arguto, conciso, scettico verso il dogmatismo e ferocemente logico. Dal punto di vista politico, The Economist nacque ad opera del suocero di Bagehot, James Wilson, per promuovere il libero scambio, obiettivo che è ancora al centro della sua missione.
Il legame tra l’uomo e la testata è così profondo che dal 1989 The Economist dedica la sua rubrica settimanale sugli affari britannici proprio a lui: la Bagehot Column. È un tributo alla sua capacità di analizzare il potere con quel misto di distacco e partecipazione che solo i grandi osservatori possiedono.
Da un punto di vista filosofico, il liberalismo di Bagehot era certamente pragmatico, a tratti conservatore nel suo desiderio di stabilità, ma fermamente convinto della libertà individuale e del progresso commerciale.
Ricordare Walter Bagehot oggi non significa solo onorare un autore del passato, ma riscoprire un metodo. In un’era di algoritmi e iper-specializzazione, abbiamo bisogno della sua capacità di connettere i punti tra politica, finanza e cultura.
Bagehot ci insegna che per capire il mondo non basta leggere i dati: bisogna comprendere gli uomini, le loro paure e le loro tradizioni. È stato l’ultimo dei ggeneralisti» in grado di parlare con autorità di ogni cosa, non per superbia, ma per una curiosità insaziabile verso il funzionamento della macchina sociale.
Come scriveva lui stesso, «Il grande piacere della vita è fare ciò che la gente dice che non puoi fare». Lui ci è riuscito, diventando la mente più lucida della sua epoca e una guida indispensabile per la nostra.
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