Centotrentasei morti sotto le valanghe solo sulle Alpi e nelle altre zone montuose europee. Rispetto all’inverno scorso, quando i deceduti furono 70, il numero è praticamente raddoppiato. Si deve tornare indietro alla stagione 2017/18 per trovare ancora più vittime (147). E la stagione non è ancora finita. È l’amaro bollettino fornito dall’European avalanche warning services (Eaws), il raggruppamento continentale dei servizi valanghivi che ha come obiettivo quello di aiutare a prevenire perdite di vite umane a seguito di slavine, anche fornendo servizi di allerta e previsioni meteo.
Primato nel primato, l’Italia è il Paese alpino in cui quest’inverno si sono registrate più vittime a seguito del distacco di cumuli: ben 38, sei in più della Francia e otto in più dell’Austria. Il numero più alto di morti a seguito di valanghe registrato in un Paese europeo negli ultimi sei anni. Il primo incidente di questa stagione invernale in Italia era stato quello del 1° novembre 2025 sulla Cima Vertana, nel massiccio dell’Ortles, in Alto Adige. Ed è stato anche quello con il bilancio più pesante: un lastrone di neve staccatosi dalla parete nord aveva infatti ucciso cinque persone. Al triste record italiano ha contribuito anche la valanga caduta a marzo in Val Ridanna, sempre in Alto Adige, quando avevano perso la vita in totale quattro persone, di cui tre italiani.
l’inchiesta
L’allarme degli esperti: “Le Alpi si stanno riscaldando, così l’instabilità causa valanghe”

Tra le cause di un numero così alto di vittime ci sono le abbondanti precipitazioni di quest’inverno, che hanno causato un sovraccarico dei pendii. Ma soprattutto il fatto che le nevicate a più riprese – ovvero accumuli di neve fresca su strati di neve vecchia – , il vento e le alte temperature delle ultime settimane abbiano provocato una forte instabilità del manto nevoso. «Quando si staccano valanghe i motivi possono essere diversi, e possono essere tra loro interconnessi – spiega Franco Giacomelli, esperta guida alpina della Valchiavenna e anche istruttore di soccorso alpino –. Quest’inverno in particolare è nevicato poche volte, ma abbondantemente. La brina di fondo che si è creata a seguito delle prime precipitazioni ha provocato strati basali deboli, con neve sottostante non consolidata. Una specie di cuscino d’aria insidiosissimo su cui tutti gli accumuli successivi, non legandosi con lo strato sottostante, scivolano facilmente».
Altri elementi di rischio sono il vento e gli sbalzi termici tipici di fine stagione: «Il vento crea accumuli di neve importanti, anche compatti ma fragili. Sono pericolosi perché i lastroni si staccano come un unico blocco, spesso innescati dal passaggio di uno sciatore. Il caldo, così come il freddo improvviso, è un’altra causa di trasformazione della neve».
Al di là dei fattori meteorologici, l’aumento degli incidenti in montagna è anche correlato alla crescita esponenziale di escursionisti sulla neve, scialpinisti ma anche ciaspolatori, che hanno conosciuto un boom dopo la pandemia «ma che spesso – aggiunge Giacomelli – non ha la minima idea di come ci si deve comportare quando ci si avventura in neve fresca, a maggior ragione con pericolo valanghe marcato».
Non è un caso che il Soccorso alpino e speleologico abbia riportato di recente un bilancio di 13 mila interventi in quota nel 2025 (una media di 35 al giorno, l’8% in più rispetto all’anno precedente: il numero più alto di sempre), e di addirittura 528 morti. La metà delle vittime è stata causata da una caduta o da una semplice scivolata, il che conferma come la scarsa preparazione tecnica o la sottovalutazione dei pericoli – sui sentieri d’estate come sulla neve d’inverno – rappresentino i principali fattori di rischio.
«Per la sicurezza in montagna – ricorda il Soccorso alpino –, prima di un’uscita fuoripista è fondamentale controllare sempre il bollettino valanghe e attrezzarsi con Artva, pala e sonda, che vanno utilizzare correttamente. Inoltre è importante valutare costantemente i segnali di pericolo sul terreno. In caso di rischio elevato, evitare pendii ripidi, muoversi mantenendo adeguate distanze di sicurezza e, in caso di coinvolgimento in una valanga, cercare di restare a galla e creare una sacca d’aria per respirare».
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