Referendum, effetto Nordio: boom di soldi al comitato del NO

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Avvocati, docenti, pensionati: ecco il popolo delle donazioni al comitato del No alla riforma della Giustizia. Quello promosso dall’Associazione nazionale magistrati (Anm) finito sotto accusa dal governo che vuole nomi e cognomi di chi ha partecipato alla raccolta fondi.

«È questione di trasparenza» scrive la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi prendendo spunto da chi ha paventato un possibile conflitto d’interessi tra il sindacato delle toghe e il comitato “È giusto dire No”. Una richiesta che molti hanno considerato «un’intimidazione», un tentativo di fare «liste di proscrizione». Addirittura una sfida.

Querelle politica sullo sfondo, l’intervento di via Arenula, preceduto dal Guardasigilli che ha accusato le correnti del Consiglio superiore della magistratura di agire con «sistemi para-mafiosi», pare abbia fatto impennare le iscrizioni (più di 800 tra l’altro ieri e ieri) e le donazioni (oltre 160 nelle ultime quarantotto ore).

Un avvocato di Fabriano, nelle Marche, ha scritto pure un’email per spiegare la sua scelta. Si è iscritto e ha donato quando ha saputo che si cercavano «i nomi di chi sostiene finanziariamente un Comitato di cui non sapevo l’esistenza». Il legale aggiunge: «Mi auguro che l’iniziativa vi faccia buona propaganda. Potrebbe essere una fortuna per il Comitato e un boomerang per il Sì».

Anche lo scrittore e giornalista Luigi Irdi, che sapeva bene dell’esistenza del Comitato e nelle scorse settimane aveva donato venti euro come «piccolo gesto di resistenza civile», l’altro giorno ha scritto a Bartolozzi. «La richiesta mi ha infastidito – dice -. Così ho mandato un’email spiegando chi sono e quanto ho donato. Ho chiesto anche se volessero la ricevuta, ma non ho avuto risposta».

Per comprendere lo scontro tra governo e Anm è necessario andare indietro di qualche mese. L’Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta le toghe italiane, nato per tutelarne l’indipendenza e gli interessi professionali, ha sempre dichiarato la sua contrarietà alla riforma costituzionale della Giustizia.

Dopo una lunga discussione interna ha deciso di promuovere il comitato “È giusto dire No”, presieduto dal costituzionalista Enrico Grosso. La sede, a Roma, nel palazzo della Cassazione, è la stessa (e la questione ha sollevato non poche polemiche), ma le realtà sono giuridicamente distinte compreso il nome, lo statuto e il codice fiscale. Anche per quanto riguarda i finanziamenti.

Il patrimonio dell’Anm vive del contributo mensile di quindici euro degli oltre 9mila iscritti e viene utilizzato per pagare gli stipendi ai segretari e ai collaboratori, gli abbonamenti a riviste giuridiche, i rimborsi spese legati all’attività. Ci sarebbero poi eventuali donazioni che però, sottolineano, non arrivano da almeno sei anni. Le cosiddette spese di rappresentanza, durante il periodo Covid, sono state quasi nulle, si è risparmiato e l’Anm, la scorsa estate e a inizio anno, ha deliberato di donare sino a 800mila euro al Comitato (soldi che non sono ancora stati versati del tutto).

Dall’altro lato c’è il Comitato che raccontano al momento abbia circa tremila iscritti. È possibile aderire tramite sito web, lasciando nome, cognome, email, telefono, codice fiscale, data e luogo di nascita. Si può scegliere di donare o meno, tramite paypal, da un minimo di dieci a un massimo di cento euro. «È tutto perfettamente trasparente», dice il presidente onorario Grosso. Che aggiunge: «Siamo sicuri che anche i comitati per il Sì manifesteranno la stessa sensibilità alla trasparenza che manifestiamo noi ogni giorno».

Il consiglio direttivo controlla le iscrizioni per cui è richiesta la maggioranza assoluta: tra i soci, infatti, non può risultare chi ha o ha avuto incarichi politici o chi dimostra di aver perseguito finalità incompatibili con lo scopo del Comitato. Insomma, la selezione è anche reputazionale.

Chi è socio può scegliere liberamente di donare o meno. Così anche chi non è iscritto. Ma, assicurano, la raccolta fondi è scrupolosamente controllata. Il 90% delle offerte è di venti o cinquanta euro. Tra i tanti anche un bibliotecario piemontese che ha fatto una donazione generosa. A chi gli ha chiesto spiegazioni, ha risposto con semplicità: «Credo sia una battaglia importante».

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