«Con questi toni rischiamo le macerie, fermiamoci». È l’appello del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano per svelenire il clima della campagna referendaria, sulla scia del monito di Sergio Mattarella lanciato quando il Guardasigilli Carlo Nordio definì «para mafiosi» i meccanismi del Csm. Il sottosegretario si augura, parafrasando il Papa, che a 30 giorni dal voto si «disarmino le parole» perché se si va avanti così «ci troveremo di fronte a macerie tra istituzioni e dentro le istituzioni».
Lo scontro tra magistratura e politica però va avanti. Mantovano, nel corso di un convegno sulla sicurezza organizzato da Libero, accusa gli esponenti della magistratura associata di utilizzare «toni estremi» sul referendum e critica le dichiarazioni del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri: «Pensavo fossero manipolate dall’intelligenza artificiale quando ha detto di andare a vedere se le persone che scrivono sui social sono perbene o pregiudicati. Per caso stiamo parlando di indagini verso chi, sui social, si esprime a favore del sì?». Mantovano tace su Nordio, tuttavia a stigmatizzare il ministro della Giustizia ci pensa la Lega: «Ha dato il là a una ripresa del fronte del no», afferma la deputata Simonetta Matone, ex magistrata, che parla di «dichiarazioni folli di Nordio».
Matone interviene a un convegno del Carroccio e davanti allo stupore dei partecipanti attacca il Guardasigilli definendo la sua uscita sul Consiglio superiore della magistratura «improvvida». Claudio Durigon ascolta imbarazzato ricordando alla deputata che al convegno sono presenti giornalisti, ma lei prosegue: «Se prima, grazie all’involontario endorsement di Gratteri, il rapporto tra i sostenitori del sì e quelli del no era 10 a 0. Oggi, purtroppo, siamo 10 a 10. Nordio confonde ciò che si può dire in un salotto con quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente».
I nervi restano tesi anche dopo le dichiarazioni della premier Giorgia Meloni che vede un tentativo di trascinare la campagna referendaria «in una sorta di lotta nel fango». La replica della segretaria del Pd Elly Schlein chiama in causa Fratelli d’Italia: «Mi sembra di stare di fronte al ribaltamento della realtà. La presidente del Consiglio come sempre non si assume la responsabilità di quello che dice. Quanto al fango, basterebbe andare a vedere i canali social del partito che guida, in cui c’è un costante attacco e delegittimazione dei giudici e delle loro decisioni».
A mettere ulteriore sale sulla ferita che si è aperta tra poteri dello Stato è il dossier migranti. Il governo impugnerà la sentenza del tribunale di Palermo che ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia a risarcire l’ong tedesca Sea Watch. Il conto da pagare per l’Italia è di 76 mila euro – più 14 mila euro per spese di giudizio – per i danni patrimoniali subiti dalla nave Sea Watch in seguito al fermo amministrativo avvenuto dal 12 luglio al 19 dicembre del 2019, a Lampedusa. L’episodio è quello dell’allora comandante della nave tedesca Carola Rackete che, il 29 giugno di quell’anno, forzò il blocco navale dell’isola siciliana – speronando una motovedetta della Guardia di Finanza durante le manovre – per far sbarcare sull’isola 42 migranti tratti in salvo in zona libica.
Il responsabile del Viminale Matteo Piantedosi sostiene ci sia stata «una progressiva riduzione degli arrivi irregolari e un calo degli sbarchi grazie al complesso delle iniziative che il governo sta mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie». Non poteva mancare il commento di Matteo Salvini che per quella vicenda ha subito un lungo processo terminato con l’assoluzione: «Se tornassi ministro dell’Interno con me Rackete non avrebbe vita facile». Il vicepremier se la prende ancora con la magistratura: «La politica costruisce delle leggi sulla sicurezza, possono piacere o non piacere, però se poi i giudici decidono il contrario diventa complicato». Salvini concentra l’attenzione non sui 76 mila euro che dovrà pagare lo Stato, ma «sul principio che non funziona: che cosa sarebbe successo se una nave italiana avesse speronato una nave militare tedesca?». La richiesta di indennizzo alla Sea Watch arriva dopo che nei giorni scorsi un giudice del tribunale di Roma aveva condannato il Viminale a risarcire con 700 euro un migrante algerino trasferito nel Cpr in Albania.
La vicenda della nave tedesca alimenta le polemiche sulla campagna referendaria che il vicepremier Antonio Tajani prova a frenare: «Il diritto è diritto, quando è possibile impugnare una decisione si può fare, non equivale ad alzare i toni impugnare una decisione. Abbassare i toni significa non dire quello che ha sostenuto Gratteri, che chi vota sì al referendum è un mafioso, o un criminale o un massone».
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