Si può esprimere soddisfazione per il giudizio di Moody’s sull’economia italiana, ma si tratta di un compiacimento assai limitato. Come per uno studente che non abbia demeritato ma che, allo stesso tempo, non abbia neppure dimostrato un particolare impegno nel migliorare, il “voto” conferma una sufficienza già acquisita: nessun arretramento, ma neppure alcun passo in avanti. In termini più tecnici, ciò significa che il nostro Paese rimane collocato in una fascia medio-bassa per quanto riguarda la capacità di attrarre investimenti, un fattore decisivo per sostenere una crescita solida e duratura. In termini più semplici, il giudizio prefigura una prosecuzione di quel “galleggiamento” che da anni caratterizza la rotta del sistema economico italiano, con tutte le conseguenze che ne derivano: difficoltà persistenti nel ridurre l’area della precarietà, aumento delle disuguaglianze e una quota ancora troppo ampia di cittadini in povertà o prossimi a essa. Si tratta, peraltro, di un immobilismo che non sorprende, essendo una condizione che accompagna il Paese da almeno un quarto di secolo.
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FABRIZIO GORIA E LUCA MONTICELLI

Tra gli elementi positivi evidenziati da Moody’s figurano una politica di bilancio prudente – di cui va riconosciuto il merito al Ministro dell’Economia, Giorgetti – e una relativa stabilità politica. La stabilità politica, tuttavia, non può essere considerata un valore in sé, né tantomeno un punto di arrivo: rappresenta semmai una condizione necessaria, ma non sufficiente, per adottare misure efficaci. Senza un chiaro orientamento verso obiettivi di crescita inclusiva, di aumento del benessere complessivo e di una più equa distribuzione delle risorse, non solo entro le generazioni ma anche tra di loro, la stabilità rischia di tradursi in semplice conservazione dell’esistente, con rischio addirittura di peggioramento.
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In questo quadro si inserisce la polemica tra il Presidente di Confindustria e il Governo. Da un lato, le imprese lamentano le recenti misure, ritenute penalizzanti rispetto alle aspettative maturate nei mesi precedenti; in particolare, per quanto riguarda l’utilizzo di crediti d’imposta già “prenotati” per sostenere investimenti e compensare, così, almeno parzialmente, il divario nei costi energetici rispetto ai concorrenti esteri. Dall’altro lato, il Ministro Giorgetti richiama ancora una volta alla “prudenza”, sottolineando come, in un contesto di risorse limitate e di vincoli crescenti – tra cui le esigenze legate alla difesa e alla riduzione del debito – sia inevitabile stabilire priorità rigorose nella distribuzione degli aiuti e degli incentivi. Un giudizio che riflette la sua preoccupazione per le richieste di aumento di spesa pubblica nell’anno di avvicinamento alle elezioni e per le possibili reazioni dei mercati, con il rischio di un aumento dello spread e, quindi, di ulteriori pressioni sui conti dello stato.

Chi ha ragione, dunque? In parte entrambi, e proprio per questo nessuno dei due. Il limite comune sembra essere quello di muoversi all’interno di una logica di risorse date, come se il problema fosse soltanto come distribuire una coperta troppo corta tra esigenze concorrenti. In questo schema, inevitabilmente, ogni scelta produce scontenti e non affronta il nodo centrale: la necessità di far crescere quella coperta. Inoltre, tanto le richieste di sostegno immediato da parte delle imprese quanto le cautele del Governo appaiono spesso guidate da una prospettiva di breve periodo, più attenta alla gestione dell’emergenza che alla costruzione di condizioni strutturali per lo sviluppo.
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Ciò di cui il Paese avrebbe realmente bisogno è, invece, un piano di medio-lungo termine, una strategia che guardi non al prossimo anno, ma alle prossime generazioni. Un progetto capace di coniugare sostenibilità dei conti pubblici e rilancio degli investimenti, superando la contrapposizione tra rigore e crescita. Perché è evidente che un Paese che non considera prioritario il destino dei giovani e delle generazioni future è esposto a un progressivo, inesorabile declino.In questa prospettiva, gli investimenti sono certamente cruciali, ma non possono essere limitati a quelli delle imprese private. Occorre affiancarvi un impegno altrettanto deciso nel rafforzare il sistema educativo, migliorare la qualità dell’istruzione, ampliare le opportunità di lavoro qualificato e creare condizioni favorevoli alla permanenza dei giovani talenti. Solo così si potrà contrastare la tendenza, ormai consolidata, di molti giovani a cercare all’estero le opportunità di crescita personale e professionale che non trovano in Italia. In definitiva, la vera sfida non è semplicemente evitare l’impoverimento, ma imboccare finalmente un percorso credibile di sviluppo, capace di restituire prospettiva e fiducia al Paese. Questa è la vera sfida delle prossime elezioni.
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