Attore, regista, sceneggiatore, capofamiglia, marito di una celebre scrittrice, padre di un celebre attore nonché regista, presidente per un anno (tormentato) del Centro Sperimentale di Cinematografia, laureato honoris causa all’Università del Molise in Letteratura e Storia dell’Arte, e mille altre cose. Sergio Castellitto, classe 1953, mostra evidente predilezione per un pragmatismo fattivo, per una concretezza lucida che gli fa sempre preferire l’agire all’astrologare: «Per me il lavoro è dare senso, necessità, a quello che si fa. Gli artisti devono spesso imparare che questo significato dà una grande autosoddisfazione, che, però, non può fermarsi all’autoreferenzialità».
In che senso?
«Bisogna offrire un dono, capire qualcosa che gli altri non colgono immediatamente, essere traduttori di emozioni e, in questo, sta la soddisfazione. Recitare significa anche scegliere, decidere di stare in un progetto più che in un altro e, in quella scelta, c’è già la propria opinione sulle cose».
Le è mai capitato di avvertire la fatica del recitare?
«Fatica mai, mi sono sempre divertito, nessun mestiere ti offre la possibilità di giocare con l’immaginazione e la fantasia così liberamente. Ogni volta che ho interpretato un personaggio mi sono informato sulla sua credibilità e mi sono incuriosito. Non credo all’immedesimazione totale, l’attore necessariamente avvolge il personaggio con la propria personalità, è un ladro che cattura cose, il vero privilegio di questo mestiere è possedere le armi della fantasia e dell’immaginazione» .
Se non avesse fatto questa professione, cosa avrebbe fatto?
«Ogni tanto me lo domando, mi sarebbe piaciuto cantare, ero pure intonato, ho cantato una canzone, Bartali, nel film La Carne di Marco Ferreri, e l’ho fatto pure benino. Non ho rimpianti, le cose sono andate come desideravo, ho sempre accettato errori e fallimenti, però peccato, mi sarebbe piaciuto imparare a suonare uno strumento, direi che questo è un mio piccolo rimpianto affettuoso. A casa mia cantano tutti, però il più intonato sono io, e poi siamo grandi ascoltatori».
Avete seguito Sanremo?
«Come no? Lo abbiamo visto insieme, ci diverte molto la polemica Sanremo sì, Sanremo no, sappiamo cos’è il festival, passiamo grandi serate, ci è piaciuto molto Sayf».
In questi giorni, a Roma, guida la giuria del IV Premio Film Impresa, dedicato al racconto del lavoro attraverso il linguaggio del cinema. Che cos’è per lei, e per la famiglia da cui proviene, il lavoro?
«Il lavoro è sempre stato alzarsi la mattina e poi… passi lunghi e ben distesi. Noi italiani siamo abituati a passeggiare, quando vai all’estero lo noti subito. Una volta, a Londra, mi resi conto che io stavo passeggiando e la gente intorno a me marciava. Mi piace passeggiare, ma a casa mia il lavoro era andare da qualche parte. Sono grato per aver avuto questa educazione, è quella che mi ha sempre protetto dall’innata mitomania che questo mestiere porta con se. Conservare la dimensione della sostanza umana della propria giornata è una cosa molto importante, da tenere stretta».
Ha appena finito di girare un nuovo film, il titolo provvisorio è Regina, con sua moglie Margaret Mazzantini.
«Margaret ha scritto il film e lo abbiamo diretto insieme, ora stiamo montando, è la fase più delicata, siamo molto contenti e ci godiamo la contentezza, poi Dio provvede. Non ci siamo voluti porre problemi di tempo, lavoriamo, andiamo avanti, e, quando siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto, cominciamo a pensare al resto».
Che momento è della sua vita e della sua carriera?
«Molto bello, per me e Margaret la cosa più importante è vedere i nostri figli che creano, scrivono, immaginano, cercano la loro strada, per noi questa è l’autentica soddisfazione. Naturalmente incontrano mille ostacoli, certe volte penso che noi, della nostra generazione, ce l’abbiamo fatta, e invece quelle di adesso devono vedersela con questa sprofondante violenza dei social, e questo rende tutto più difficile. La mia epoca di giovane è stata molto più fertile, i ragazzi di oggi combattono contro un’assenza di connessione con il mondo molto complessa e dolorosa. Ammiro molto quelli che oggi ci provano».
I social danno, al contrario, l’illusione di una connessione continua. Lei che ne pensa?
«Non ho profili, ho deciso di non avere rapporti con il mondo virtuale e social, è meraviglioso, non ho Instagram, per l’amor di Dio… la mia assenza è la presenza, partecipare a questo universo social corrisponde in realtà a una condizione di solitudine in mezzo a una moltitudine. E comunque, come tutte le cose umane, avrà un inizio, ma anche una fine».
Qual è il suo parere sull’A.I?
«È un grande business, un percorso probabilmente inarrestabile così come lo è qualunque forma di progresso economico, industriale, tecnologico. Il business detta legge anche nel mondo creativo, dovremo fare tutti i conti con questa realtà, non possiamo negarla, ma non bisogna dimenticare che l’A.I. l’abbiamo inventata noi».
Qual è la spinta che la fa alzare dal letto la mattina?
«Bella domanda, io sono ancora molto fiducioso, il gesto fisico di alzarsi dal letto è un gesto di ottimismo, non possiamo arrenderci al non avere voglia di uscire dalla propria stanza. Ho imparato che ogni giornata è, simbolicamente, la mia esistenza».
Di cosa è più soddisfatto?
«Di aver sempre difeso, credendoci, quello che facevo, di non essermi mai pentito di una scelta, anche se poi si è rivelata sbagliata, non credo nelle carriere integerrime, ma in quelle fatte di decisioni e di errori, nell’imperfezione c’è la vita».
La presidenza del Csc le ha creato non pochi problemi e, alla fine, si è dimesso.
«È stata l’esperienza più triste, deprimente, ma non direi mai “se tornassi indietro, non la rifarei”, ogni cosa compone l’esistenza, si è sempre quello che si è fatto. Sono contento di continuare a svegliarmi soddisfatto, e anche di continuare a coltivare l’inadeguatezza, di non sentirmi mai sicuro della mia esperienza, di saper rimanere studente».
Si sente, in qualche modo, ancora alunno?
«Si, e la mia famiglia contribuisce… Siamo tutti innamorati di discussione, di apprezzamento, di critica, la mia famiglia è una specie di piccolo Parlamento, vengo messo affettuosamente in discussione e questo va bene, il concetto di fondo è “ti critico, perché tengo a te”».
Che cosa si augura?
«La cosa più impossibile e più banale, e cioè che questo orrore delle guerre trovi uno sbocco, una tregua. È incredibile che l’essere umano non si renda conto del fatto che stiamo vivendo un tragico suicidio, che non ci saranno mai né vincitori né vinti, perché siamo tutti vinti».
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






