Questa è la nuova puntata della newsletter “Il Capitale”: per iscriverti gratuitamente, clicca qui.
«Non sento ancora la tempesta, ma i cavalli hanno iniziato a nitrire nel recinto. Sembra di sentire di nuovo quell’atmosfera. Ora tutti dicono: “Oh, il mondo non è indebitato”, ma è esattamente quel che si diceva nel 2008». A tratteggiare lo scenario vagamente apocalittico non è un investitore qualunque. A quei tempi – quelli della più grave crisi finanziaria dal 1929 – Lloyd Craig Blankfein era ai vertici della più grande banca d’affari del mondo, Goldman Sachs. Blankfein non è solo. Ultimamente negli ambienti finanziari in molti si fanno la stessa, scomoda domanda: quanta polvere è stata nascosta nel frattempo sotto al tappeto? Quanti debiti ci sono nel sistema bancario ombra? E soprattutto: la guerra in Medio Oriente può innescare una nuova crisi?
Lo shadow banking non è un’invenzione recente. L’espressione la conia nell’agosto del 2007 l’allora direttore del fondo di investimento Pimco Paul McCulley. Sono i giorni precedenti i crolli delle società che in America avevano concesso mutui facili. Il sistema bancario ombra altro non è che l’insieme delle società che offrono servizi bancari fuori dei controlli a cui sono sottoposte le banche tradizionali: fondi comuni e assicurativi, di private equity, hedge funds. L’ultimo rapporto del Financial Stability Board – è dello scorso dicembre – scrive che nel 2024 il settore è cresciuto del 9,4 per cento, il doppio delle banche tradizionali, ed ha raggiunto il 51 per cento delle attività finanziarie globali: al cambio 256 trilioni di dollari.
All’inizio sembra un’invenzione felice: portare un po’ di rischio fuori delle banche può ridurre il rischio del contagio, dicono i più liberali. Oggi quel rischio è però diventato gigantesco e incalcolabile: nessuno sa esattamente quanti debiti sono stati accumulati, ed esattamente a sostegno di cosa, perché non valutabile con precisione da banche centrali e agenzie di vigilanza delle Borse. Alcune di queste istituzioni sono diventate fra i più grandi investitori mondiali: BlackRock, Blackstone, Apollo Global Management o il fondo KKR, che insieme al Tesoro italiano ha acquisito il controllo della rete di telefonia fissa di Tim. Per inciso: questi giganti della finanza non sono un problema in sé, anzi. La gran parte di loro sono largamente attivi, e protagonisti di enormi investimenti nell’economia reale del mondo progredito. Il problema di cui si discute oggi fra gli esperti è se il sistema nel suo insieme sia in grado di reggere uno shock, come – eccoci qui – una recessione improvvisa scatenata dal caos in Medio Oriente.
Le probabilità che l’attacco americano in Iran per abbattere il regime teocratico la provochi non sono alte, ma nemmeno nulle. Uno studio firmato il 4 marzo dal team europeo di Goldman Sachs guidato da Jari Stehn e Filippo Taddei ipotizza per l’area dell’euro tre scenari, tutti condizionati dagli aumenti di petrolio e gas naturale. Il primo – il più ottimistico – immagina il petrolio assestarsi a settanta dollari il barile e il metano a 35 per megawatt ora, con un calo della crescita di un paio di decimali. Il secondo è più preoccupante: il Pil europeo si dimezzerebbe dall’attuale 1,5. E infine il più pessimista: la recessione, che potrebbe portare con sé un pericoloso picco dell’inflazione al cinque per cento, e la decisione obbligata della Banca centrale europea di alzare i tassi di interesse. Quest’ultima sarebbe l’innesco perfetto di una crisi globale di debito.
Per aggiungere incertezza a incertezza, la scorsa settimana Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per rendere più semplice ai fondi pensione gli investimenti nel settore deregolamentato. Alla Casa Bianca lo definiscono un modo per «democratizzare la finanza», nei fatti una scelta che gonfierà ancor di più l’universo parallelo. I primi scricchiolii di questo gigantesco mercato si stanno notando al di là della Manica. A fine febbraio molte istituzioni fra cui Barklays e il Fondo Atlas – il braccio operativo del già citato Apollo – hanno dovuto salvare dalla bancarotta Market Financial Solutions, accusato di frode da un giudice inglese.
Un rapporto della House of Lords dice che nel Regno Unito il mercato del credito privato negli ultimi dieci anni è cresciuto del 56 per cento, ed è ormai il secondo al mondo dopo quello statunitense. A preoccupare è soprattutto l’esposizione al possibile calo delle altissime quotazioni delle società che investono in intelligenza artificiale, il 35 per cento di tutto lo shadow banking. Per questo la Bank of England sta mettendo a punto il primo stress test al mondo per verificare come reggerebbe a una recessione globale. Il regolatore inglese ha fatto tesoro dell’esperienza: l’ultima grande crisi in Europa partì dalla corsa agli sportelli di Northern Rock. Questa volta l’innesco della crisi potrebbe avvenire lontano dagli sportelli, l’esito potrebbe essere simile.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it




