Simona Bartolena: “Ecco l’altro Futurismo: guardava il mondo dall’alto e non era di regime”

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Del Futurismo si conosce soprattutto la stagione delle origini: i manifesti di Marinetti, la velocità, la voglia di rottura con il passato che ha segnato l’immaginario del Novecento e che ancora oggi definisce il movimento nella memoria collettiva. Eppure, il Futurismo non si esaurisce in quel momento fondativo. Tra gli anni Venti e Trenta attraversa una seconda stagione, meno celebrata ma tutt’altro che spenta, in cui abbandona i toni più aggressivi di inizio secolo e si apre a nuovi linguaggi, diffondendosi in tutta la penisola. Raggiunge così, con una vitalità che ancora sorprende, anche la Liguria, territorio che non figura di solito tra i centri dell’avanguardia italiana e che invece si rivela attraversato da fermenti artistici inaspettati, come racconta Simona Bartolena, curatrice della mostra FUTURISMO. Un altro Futurismo. L’avanguardia degli anni Venti e Trenta e il dialogo con la Liguria, realizzata con la collaborazione di Armando Fettolini, fino al 12 luglio al Palazzo della Meridiana di Genova.

Perché tornare oggi al secondo Futurismo?
«Perché è una fase molto meno conosciuta ma estremamente ricca. Se la prima stagione riguarda soprattutto un gruppo relativamente ristretto di artisti e intellettuali, negli anni Venti e Trenta il Futurismo si diffonde in tutta Italia. Marinetti viaggia molto, organizza serate, mostre, concorsi, e il movimento entra sempre più in contatto con il pubblico. Questo significa che il Futurismo non resta più solo un’avanguardia di élite, ma diventa un linguaggio che circola nella società e nella cultura del tempo. In quegli anni nascono anche nuovi temi e nuovi immaginari. Uno dei più importanti è quello legato al volo e all’aviazione. L’aeropittura nasce proprio da questa fascinazione per la possibilità di vedere il mondo dall’alto. Oggi siamo abituati a viaggiare in aereo e a osservare il paesaggio dal finestrino, ma negli anni Trenta era un’esperienza completamente nuova, quasi una conquista epocale. Questo cambia profondamente anche il modo di rappresentare lo spazio».

La mostra insiste sulla diffusione territoriale del movimento, con un’attenzione particolare alla Liguria.
«Sì, perché la Liguria è stata molto più importante di quanto si pensi. Marinetti aveva un rapporto diretto con Genova: qui si era laureato e frequentava spesso la regione anche per ragioni familiari. Ma soprattutto Genova è sempre stata una città aperta alle avanguardie artistiche. Già con il Divisionismo si era dimostrata sensibile alle ricerche più innovative. Nel secondo Futurismo questa apertura diventa evidente: si organizzano serate futuriste, concorsi, esposizioni anche in centri che oggi potremmo considerare periferici. È interessante vedere come il movimento riesca a raggiungere contesti diversi e a coinvolgere artisti locali. Tra questi c’è Tullio D’Albisola, che con le ceramiche di Albissola introduce una nuova idea di manufatto artistico. Spesso si parla di Albissola pensando alle esperienze del dopoguerra, a Fontana o ad altri artisti, ma in realtà il terreno viene preparato proprio negli anni del Futurismo».

Il Futurismo in questa fase si allarga anche alla grafica e alla pubblicità.
«Sì, ed è uno degli aspetti più affascinanti di questa stagione. Il caso Campari è emblematico. Pensiamo alla celebre bottiglietta progettata da Fortunato Depero o all’immaginario grafico che ancora oggi caratterizza il marchio. Depero aveva intuito che la pubblicità poteva diventare uno spazio privilegiato per i linguaggi dell’avanguardia. In quel momento la comunicazione visiva cambia profondamente e gli artisti futuristi partecipano attivamente a questa trasformazione. Non a caso Depero arrivò a definire la pubblicità “l’arte del futuro”. Guardando a quelle sperimentazioni, oggi si capisce quanto fossero avanti rispetto al loro tempo».

Negli anni Venti e Trenta il Futurismo si muove inevitabilmente dentro il contesto politico del fascismo. Come avete affrontato il rapporto tra Futurismo e regime?
«Il legame con il regime esiste ed è un dato che non si può ignorare. Ma è un rapporto più complesso di quanto spesso si immagini. L’arte ufficiale del fascismo tende verso forme più classiche e monumentali, mentre il Futurismo mantiene sempre una forte tensione rivoluzionaria. Marinetti, per esempio, difende spesso linguaggi artistici che altrove vengono censurati e sostiene esperienze considerate troppo sperimentali. Ci sono testimonianze interessanti che lo raccontano. Per i futuristi la libertà dell’arte restava fondamentale».

Cosa può sorprendere oggi del Futurismo?
«La modernità delle opere. Maneggiando questi lavori, mi è capitato spesso di pensare che sembrassero realizzati ieri, e invece hanno più di cent’anni. C’è una freschezza di linguaggio, una passione, un’energia che colpiscono ancora. I futuristi avevano la convinzione che l’arte potesse interpretare il proprio tempo e persino anticiparlo. Questa tensione verso il futuro ancora oggi si percepisce chiaramente nelle loro opere».

Quali sono alcune delle opere o dei nuclei che meglio restituiscono l’idea di questo “altro Futurismo”?
«All’inizio c’è Il cavaliere di Fortunato Depero, delle Raccolte d’arte di Genova. È un’opera che racchiude molte delle caratteristiche del Futurismo: la velocità, la meccanicità, la scomposizione della figura. Poi c’è una sezione a cui tengo molto dedicata a Bruno Munari, con Mistero cosmico, un lavoro giovanile legato all’aerofuturismo e accostato ai dipinti di Tullio Crali, uno dei grandi interpreti di questo linguaggio. Da lì si apre un universo futurista meno noto, ma estremamente affascinante. Ci sono poi gli artisti liguri, spesso poco conosciuti e raramente esposti nei musei, e una sala dedicata alla vita quotidiana futurista, con bozzetti per tessuti, oggetti e grafica. Il percorso si chiude con la sezione Campari e con una vetrina dedicata alle ceramiche di Albissola, dove opere molto diverse tra loro mostrano quanto fosse ampia e visionaria la ricerca futurista».

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