Dal barile di petrolio che vola sopra quota 100 al gasolio venduto a 2 euro e più al litro il contagio corre veloce ed arriva a colpire il carrello della spesa, a iniziare dall’ortofrutta. Nei mercati e nei supermercati, i consumatori in questi giorni se ne stanno già accorgendo: anche a causa del maltempo e della fine della stagione delle serre soprattutto i prezzi degli ortaggi stanno aumentando in maniera vertiginosa: nel giro di una settimana, ad esempio, il prezzo all’ingrosso dei pomodori ciliegini acquistati in Sicilia è aumentato anche del 50% passando da 1,50/1,60 euro al chilogrammo a 2 euro e 40, i pomodori ramati da 1,30/1,40 sono arrivati a 2,20/2,30 euro.
Il caso
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Il Centro agroalimentare di Roma, uno dei mercati all’ingrosso più grandi d’Italia con 450 operatori e un giro d’affari annuo di 2,5 miliardi di euro l’anno, giovedì ha diffuso un comunicato per segnalare i rincari più significativi che emergono dal loro monitoraggio quotidiano e che colpiscono innanzitutto alcune eccellenze siciliane: sulla piazza di Roma i pomodori a grappolo venduti all’ingrosso infatti sono balzati da 1,40 euro a 2,30 al chilogrammo, i ciliegini a 2,40, le zucchine scure sono salite a 1,30 e i peperoni a 3 euro. Tra le primizie, gli asparagi pugliesi sono invece arrivati a costare anche 6 euro al chilogrammo, mentre i carciofi romaneschi, nonostante sia un prodotto locale, questa settimana all’ingrosso costano 1,20 al pezzo contro una media di 0,60. Sul fronte della frutta, invece, le fragole vengono vendute a 4,50 euro al chilogrammo. Tutti prezzi, segnala insomma il Car, sensibilmente superiori alle medie del periodo.
IL RETROSCENA
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Ieri l’Unione nazionale consumatori ha presentato un esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per segnalare queste anomalie chiedendo di indagare lungo tutta la filiera, non solo quindi sul settore ortofrutticolo, «per capire – spiega il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona – dal campo alla tavola, per ogni singolo passaggio dalle materie prime sino alla distribuzione, chi si è approfittato della guerra in Iran per innalzare in modo anomalo i prezzi. Insomma, in quale passaggio si sono già annidate speculazioni: agricoltori, produttori, trasportatori, distributori, grossisti o commercianti?».
Che la filiera sia già in tensione da giorni lo testimoniano le prese di posizione dei settori più esposti al caro carburanti. Le organizzazioni agricole, dalla Cia a Coldiretti a Confagricoltura lamentano aumenti del gasolio agricolo che in alcuni casi ha toccato anche il 50% ed il rischio che la stessa sorte possa toccare a breve a fertilizzanti, visto che i prezzi dell’urea sono già saliti del 35%. Il Centro studi di Confagricoltura ipotizza un aumento complessivo dei costi di produzione nell’ordine di 2 miliardi di euro. «Siamo a primavera, periodo di semine e lavorazione della terra. Questa crisi non ferma solo i trattori, compromette l’agricoltura e la sicurezza alimentare. E gli agricoltori sono sempre l’anello più esposto e debole dell’intera filiera» commenta il presidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani, Cristiano Fini, sollecitando immediati controlli antispeculazione e «risorse adeguate, in deroga al Patto di stabilità» dall’Europa.
Gli autotrasportatori associati alla Cna, invece, si aspettano una stangata da 2.400 euro i media per ogni Tir. Un costo che secondo le loro stime «rischia di crescere ulteriormente sino a 13 mila euro all’anno nel caso la crisi internazionale dovesse protrarsi». Non a caso negli ultimi giorni si stanno moltiplicando le richieste al governo di tagliare le accise sui carburanti. «Ci chiediamo di quanto tempo necessitino ancora i tecnici del Mef per valutare il taglio – protesta il Codacons -. Un ritardo inspiegabile che avrà a breve ripercussioni dirette sui prezzi dei prodotti trasportati, attraverso un rincaro generalizzato dei listini al dettaglio a partire dai generi alimentari».
Di qui al prossimo mese si profila il rischio di una forte impennata dell’inflazione, coi cibi freschi (frutta, verdura, carne, pesce e latte) che già a febbraio sono rincarati del 3,5% contro una media dell’1,6% dell’indice dei prezzi. Cgil e Cisl sono già in allarme per la possibile nuova impennata del costo della vita. Secondo Oxford economics col prezzo del barile di petrolio a 80 euro quest’anno l’Italia sconterà un’inflazione pari al 2,2%. Per Confesercenti invece l’indice generale dei prezzi dall’1,8 stimato sinora quest’anno salirebbe al 2,5%, e così «i consumi reali – spiega il presidente Nico Gronchi – subirebbero una riduzione di 3,9 miliardi di euro, con la crescita che scenderebbe dal +0,8% al +0,5%. Anche il Pil ne risentirebbe, con un impatto negativo stimato in 5,5 miliardi e una crescita rivista dal +0,7% al +0,4%». Uno scenario, insomma, che per tutti andrebbe ovviamente evitato.
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