Stefano Petrocchi: “Porto gli scrittori ovunque. Litigo solo per i romanzi e odio gli adulatori”

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Stefano Petrocchi, romano, sorriso volpesco, è goloso di tutto tranne che di cioccolatini. E dai cioccolatini è circondato, nel suo ufficio, al centro di Casa Bellonci, sede della Fondazione che organizza il Premio Strega, nato ottant’anni fa proprio qui, nel salotto di questa casa, dove Goffredo e Maria Bellonci, nel 1946, presero a invitare amici e amiche, scrittori e scrittrici, per eleggere il loro romanzo migliore. L’Italia usciva dalla guerra e dal fascismo, e cominciava a dotarsi della sua Costituzione. Gli intellettuali erano di nuovo liberi di dire, scrivere, agire. E votare.

Petrocchi ha sedato, negli anni, ognuna delle polemiche che il Premio ha scatenato con un distacco da guardia svizzera. A chi gli ha scritto per chiedergli se volesse togliersi qualche sassolino dalle scarpe, ha risposto sempre nello stesso modo: con la foto del greto di un fiume.

Da quando dirige la Fondazione Bellonci, succedendo ad Anna Maria Rimoaldi, che a sua volta succedette a Maria Bellonci, gli viene riconosciuto di aver sottratto il premio ai calcoli dei grandi editori, rendendolo, spesso, imprevedibile, di averlo reso popolare e, insieme, cool: più Booker Prize e meno Grande Bellezza. Quest’anno, per l’anniversario degli ottant’anni, la Fondazione ha digitalizzato tutto l’archivio di Maria Bellonci, organizzato una mostra, una rassegna cinematografica con i film tratti dai romanzi vincitori, un ciclo di incontri su letteratura e Costituzione.

Petrocchi, lei chi era prima di arrivare in Fondazione?

«Uno studente universitario che sognava di passare la vita in biblioteca, a saltellare tra i romanzi del Novecento, Poi, però, sono capitato qui e ho capito che gli scrittori mi piaceva di più conoscerli dal vivo, e che amavo vedere la letteratura nel suo farsi».

Come ci è capitato qui?

«Grazie all’Accademia degli Scrausi e al mio professore, il linguista Luca Serianni, che cominciò a collaborare con la Fondazione Bellonci per un libro sulla lingua delle canzoni italiane. Erano gli anni Novanta, Anna Maria Rimoaldi amava i giovani, mi accolse, rimasi. Ho sempre e solo lavorato qui, a parte una piccola parentesi: accettai, a un certo punto, la proposta di un editore, a Milano, perché mi avrebbe pagato meglio. Dopo pochi mesi, però, Anna Maria mi richiamò: mi avrebbe prestato una casa, l’unica mai appartenuta alla Fondazione. Tornai».

Il primo assunto.

«E sono rimasto, a lungo, l’unico. Oggi abbiamo uno staff stabile, strutturato, che lavora alle molte cose che facciamo. Lavoriamo con le scuole con progetti di lettura per il contrasto alla povertà educativa. Da due anni, nelle aree urbane più marginalizzate, abbiamo attivato il progetto “Storie di periferia”, ideato dalla nostra Serena Ferraiolo. Abbiamo creato lo Strega Europeo, Ragazzi, Poesia, Giovani, Saggistica. La nostra ambizione è incoraggiare la permanenza del lettore umanista, cioè di chi in un anno decide di leggere almeno un romanzo, un saggio, un romanzo straniero, un libro di poesia: la dieta mediterranea del lettore».

Manca lo Strega Sanremo.

«Abbiamo individuato un orizzonte, nei nostri progetti, ed è il libro. Mi sono divertito a calcolare le occorrenze nei titoli dei romanzi che hanno partecipato al premio: la parola vita è quella più frequente, seguita da “amore”. Mi sembra sufficientemente sanremese».

Le piacciono i numeri?

«Sì, ma non li capisco».

Dove trovate i soldi?

«Il nostro modello di business è: gettare il cuore oltre l’ostacolo. Facciamo le cose prima di avere le risorse sufficienti per farle. E, puntualmente, le troviamo».

Teme mai di non farcela?

«Ho sempre paura di non essere adeguato al mio ruolo».

Dei fantasmi che si dice abitino qui ha paura?

«Sono un razionalista indefesso».

Non è incompatibile con la letteratura?

«Sono un razionalista, ma non mi difendo dall’invisibile. Montale diceva: sono un nemico dell’invisibile. A me piacerebbe avere rapporti di amicizia con l’invisibile».

Per esempio?

«C’è un ritratto di Maria Bellonci, sulla parete della sala, che un amico scultore le fece negli anni Trenta: prese spunto dal suo volto per scolpire le metope dell’arco dei caduti a Genova. Durante i lavori di ristrutturazione, il quadro è rimasto appoggiato a lungo su una cassettiera. Un giorno ero qui da solo e l’ho visto cadere facendo una capriola. Lo attribuisco alla mia suggestione».

Di Maria Bellonci cosa ha scoperto, di recente, sistemando l’archivio?

«Ha vissuto con un’intensità straordinaria anche se non le è mai successo niente. Ha scritto molti meno romanzi di quelli che avrebbe voluto perché il premio la assorbiva completamente».

E poi è arrivata Rimoaldi.

«Dopo la morte di Goffredo. All’inizio hanno avuto un rapporto meramente lavorativo: collaboravano a una sceneggiatura per un film su Isabella d’Este, tratto dal suo capolavoro, Rinascimento Privato, e a quel punto sono sicuro che Rimoaldi si è resa insostituibile per Bellonci, nel senso che l’ha riportata alla scrittura, con la feroce determinazione di cui era capace. Anna Banti, la più cara amica di Bellonci, descrisse Rimoaldi perfettamente: «Adorandoti, ti domina».

A lei succede?

«Non sono adorato».

Ma nessuno le dice la verità.

«Questo è il mio terrore più grande. Rimoaldi era un personaggio pazzesco ma avevo costantemente il dubbio che il mio posto di lavoro non fosse la Fondazione, bensì la sua testa. A tutte le persone potenti nessuno dice cosa pensa davvero, così succede a un certo punto che non riescano più ad avere l’esatta percezione della differenza tra il mondo reale e quello che hanno in testa».

Crede di essere immune?

«Rimoaldi era sola. Ogni mia decisione è, invece, totalmente condivisa col mio gruppo di lavoro, e poi ho delle figure di riferimento, cosa che lei non aveva, perché all’epoca sua il presidente della Fondazione, Antonio Maccanico, era un rappresentante istituzionale ma non entrava nella gestione concreta del premio. Io invece con il presidente Solimine, lo Strega Alberti, il comitato direttivo e scientifico ho uno scambio costante».

Litigate?

«Eccome».

Riceve pressioni?

«Macché».

Dispiaceri?

«L’esclusione di Oro Puro di Fabio Genovesi».

Come sono gli scrittori italiani?

«Sono diventati bravi a stare in pubblico. Prima non ci pensavano nemmeno: la loro attività era solitaria o condivisa con un ristretto gruppo di amici e sodali, che si rivolgeva a un altro gruppo di solitari, che erano i loro lettori. Oggi non sono solitari né gli scrittori né i lettori, e hanno capito di avere bisogno gli uni degli altri».

Le piacciono i libri italiani?

«Ne leggo troppi con scritture biodegradabili, che compiacciono i lettori al ribasso. Ma ci sono romanzieri eccezionali. Le dico quelli che sono cresciuti dopo aver vinto lo Strega: Starnone, Mazzucco, Lagioia, Desiati, Giordano, Ammaniti».

Cosa vuole da un libro?

«Che faccia brillare l’intelligenza».

Cos’ha fatto lo Strega ?

«Ha contribuito a disegnare, come ha detto Gian Arturo Ferrari, l’arco costituzionale della letteratura italiana del secondo Novecento. Oggi porta la letteratura, non di genere e senza aggettivi, in classifica. E mantiene viva la presenza pubblica degli scrittori nella società. Quante volte capita nell’anno di vedere 5 scrittori tutti insieme in tv, o in giro per l’Italia?».

In quell’arco crede sia rappresentata tutta la letteratura italiana?

«Quella che ha rappresentato il tempo in cui è stata scritta, ed ha avuto una progettualità. Negli anni Settanta no: l’età dei vincitori era molto alta, Mondadori e Rizzoli vinsero ad anni alterni con la sola eccezione di Einaudi, che vinse con La Chiave a Stella di Levi. Nessun caso letterario di quel decennio passò per lo Strega. Horcynus Orca, La Storia, Porci con le Ali. Si riprese con Il nome della Rosa di Eco, nel 1981».

Ora siete cool. Al Poesia sembrava di essere al Booker Prize.

«Loro ci battono sui social, ma sono arrivati dopo di noi ad aprirsi alla letteratura per ragazzi. E comunque, su Instagram, lo Strega ha più follower del Pulitzer».

Che può fare lo Strega per la malmessa democrazia?

«Quello che deve fare chiunque la abbia a cuore: combattere due menzogne. La prima è che la società funzionerebbe meglio senza meccanismi democratici, e la seconda è che non dobbiamo riammettere la guerra nel nostro orizzonte di vita. Dobbiamo, per terribile che sia».

Walter Siti ha detto che quella contro gli oppressori è una violenza giusta .

«Ha ragione».

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