Stop ai dazi, boccata d’ossigeno per la democrazia Usa: il nodo dei rimborsi fino a 200 miliardi

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La decisione della Corte Suprema di rendere illegali le tariffe doganali decise da Trump è una boccata di ossigeno per chi spera ancora che il sistema istituzionale americano sia ancora dotato dei necessari controlli e contrappesi ai super poteri del Presidente. Trump riteneva di poter aggirare il Congresso per ragioni di sicurezza nazionale, ma il fatto che le tariffe sono state erette contro tutti i paesi partner, e sulla base di considerazioni che riguardano i livelli dei saldi commerciali bilaterali o l’afflusso di droghe, dimostra che la sicurezza nazionale è solo un pretesto per conseguire obiettivi economici e politici di altro genere. Probabilmente, la decisione della Corte non obbligherà il Presidente ad abbattere i dazi indiscriminatamente e di usare norme che limitano le importazioni di specifici prodotti per i quali è possibile invocare questioni di sicurezza, magari appoggiandosi alla maggioranza di cui egli dispone al congresso. Ma il colpo per l’amministrazione Trump è notevolissimo. Si afferma il principio che i poteri d’intervento del Presidente sulle questioni commerciali devono essere approvate democraticamente e sulla base di motivazioni specifiche. Inoltre, è possibile che il governo Usa possa essere costretto a restituire ai contribuenti americani il gettito prodotto dalle tariffe illegali (circa 200 miliardi di dollari). Un colpo ulteriore alla credibilità dei programmi fiscali del presidente e alla stabilità del dollaro.

Tutto ciò non esclude che Trump possa reiterare le sue politiche ricorrendo alla maggioranza parlamentare e a procedure più laboriose. Secondo la sua retorica, le tariffe sono la soluzione per riportare in America la produzione manifatturiera e accrescere le entrate del bilancio federale, ma l’impressione è che si tratti di un chiaro caso di autolesionismo, soprattutto sul piano del consenso interno. Per ora, nessuno degli effetti sperati si è materializzato (l’ultima rilevazione segnala, anzi, un aumento del disavanzo commerciale), mentre l’aumento dei costi dei prodotti importati mette in difficoltà le famiglie meno abbienti. Secondo un recente studio della Fed di New York, l’incidenza delle tariffe doganali ricade sugli importatori americani per oltre il 90%. Ciò vuol dire che, se Trump impone una tariffa del 20% su un bene importato che costava 100 dollari, il prezzo che paga l’importatore americano sale di 18 dollari e ciò si traduce in un aumento dei prezzi al consumo o in una compressione dei profitti delle imprese americane. Il governo ha minimizzato l’impatto complessivo delle tariffe sull’economia americana con l’argomento che il tasso d’inflazione è rimasto quasi invariato e la crescita del Pil è ancora solida. Ma la resilienza di questi dati dipende da altri fattori sottostanti. Per prima cosa, le tariffe effettive, cioè quelle che risultano dagli incassi doganali, sono inferiori a quelle statutarie. Secondo i calcoli della Fed di New York, nel corso del 2025, le tariffe statutarie medie sono aumentate dal 2,6 al 13 per cento, ma quelle “effettive” sono cresciute intorno al 9%.

Ciò si deve alle tante eccezioni introdotte da Trump per evitare guai peggiori. Ad esempio, è vero che il livello delle tariffe sui prodotti canadesi è salito al 35 per cento, ma è anche vero che l’83% circa di tali prodotti sono esenti dalle tariffe per effetto di precedenti accordi commerciali. Inoltre, gli importatori americani si sono protetti accumulando in anticipo scorte di prodotti importati o hanno riorientato la domanda verso paesi con tariffe inferiori. Infine, la caduta del dollaro causata dall’incertezza e dalla “presa politica” sulla gestione della politica monetaria ha parzialmente contenuto l’impatto sui costi delle importazioni. In ogni caso, assistiamo al paradosso che le politiche trumpiane si configurano come un aumento delle tasse effettive pagate dagli americani (l’incidenza delle tariffe sulle imprese importatrici).

Un’altra questione interessante messa in luce dallo studio della Fed è l’impatto delle tariffe sulla composizione per area geografica del valore delle importazioni. In sintesi, assistiamo ad una caduta rilevante dell’import Usa dalla Cina (dal 15 al 10 per cento del totale importato), un aumento dell’import da Messico e Vietnam, e alla stabilità dell’import dall’Unione Europea. Nel complesso, il disavanzo commerciale Usa si è leggermente ridotto nel primo anno della presidenza Trump, ma questa riduzione è concentrata soprattutto nell’esposizione verso la Cina. Poiché, come già detto, l’incidenza delle tariffe ricade al 90% sugli importatori americani e l’interscambio con l’Europa è rimasto invariato, dobbiamo concludere che, per ora, le politiche commerciali di Trump stanno costando poco a noi europei anche se alcuni esportatori sono più penalizzati di altri. Se poi osserviamo che, nel corso del 2025, l’avanzo commerciale della Cina ha raggiunto un nuovo record nonostante la minore esposizione verso gli Usa, allora dobbiamo dedurre che neanche la Cina sta pagando un prezzo elevato per le politiche di Trump. L’incertezza (volontaria o involontaria) che caratterizza le azioni dell’amministrazione americana sta però causando molti danni collaterali su molteplici fronti, principalmente sul fronte della stabilità degli equilibri geopolitici, e impedisce di fare previsioni affidabili sull’andamento dell’economia mondiale. Dopo un anno di amministrazione, possiamo dire che le politiche commerciali sono state un atto di autolesionismo che non ha rafforzato la posizione negoziale americana e che sta contribuisce negativamente alla popolarità del presidente. La decisione della Corte aggiunge un ulteriore elemento a questo quadro desolante: la prova definitiva che, oltre a essere controproducenti, queste politiche sono state usate in violazione della costituzione e del bilanciamento dei poteri.

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