Sul set di “Fino all’ultimo respiro”, per riscoprire il mito di un cinema libero e rivoluzionario

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CineSettimana

di Fulvia Caprara

Questa è la storia di Godard nel momento in cui gira “Fino all’ultimo respiro”, raccontata nello stile e nello spirito con cui Godard ha realizzato “Fino all’ultimo respiro”. Siamo a Parigi, tra il 1959 e il 1960. Truffaut e Chabrol (Adrien Rouyard e Antoine Besson) hanno già mosso i primi passi dietro la macchina da presa. Godard (Guillaume Marbeck) è pronto a girare il suo primo lungometraggio. Rivette e Rohmer (Jonas Marmy e Côme Thieulin) sono agli esordi. Intorno a loro, un fermento culturale unico, nutrito dalle opere di Jean Cocteau (Jean-Jacques Le Vessier), Robert Bresson, Roberto Rossellini (Laurent Mothe) e Jean-Pierre Melville. Girato con lo stesso spirito libero, audace e sperimentale che animava quei giorni, il film non si limita a ricostruire la genesi di “À bout de souffle”, ma la vive e la reinventa.

Il secondo film di questa settimana è “Moulin  Rouge” di Buz Luhrmnann. Nella Parigi nel 1899, Christian (Ewan McGregor) è un giovane scrittore inglese in cerca di ispirazione che ha appena trovato casa nel quartiere bohémien di Pigalle.Grazie a un incontro imprevisto, il ragazzo è introdotto nell’ambiente teatrale del Moulin Rouge, celebre locale notturno del quartiere. Sperando di persuadere l’impresario Zidler (Jim Broadbent) a mettere in scena un nuovo show, gli attori decidono di presentare il talentuoso nuovo arrivato all’étoile del locale, Satine, meravigliosa, desiderata da tutti e purtroppo malata. Christian e Satine si innamorano, ma la loro strada è segnata.



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