La vagheggiata egemonia culturale della destra finisce nella sua capitale. No, non è Roma, ma Venezia. La destra aveva installato la sua fabbrica del bello proprio lì, forse perché l’allineamento fra governo, regione e comune è perfetto e non ci sono amministrazioni locali che possano contrastare i desiderata governativi. E dunque si è piazzato un intellettuale di riferimento, uno vero, uno dei pochi, certamente schierato ma rispettato anche dalle opposte sponde politiche come Pietrangelo Buttafuoco a presiedere la Biennale. E si è messo alla Fenice un personaggio dallo standard molto più modesto come Nicola Colabianchi per intronizzarci Beatrice Venezi, donna, giovane, di destra e rising star nel mondo della musica classica, stando almeno a una narrazione distopica dai tenuissimi rapporti con la realtà (fra parentesi: i più curiosi sono però i leghisti. Da Roma i Fratelli d’Italia fanno e disfano – soprattutto disfano – nelle istituzioni culturali del Veneto già felix e loro zitti).
Eppure, non sta andando bene. Il sogno egemonico forse non è morto a Venezia, ma di certo non si sente troppo bene. La Biennale è travolta delle polemiche perché Buttafuoco ha voluto o almeno non impedito che la Russia putiniana riaprisse il suo padiglione, senza avvisare o avvisando in ritardo l’amico Giuli; la Fenice perché una scelta catastrofica nel merito e nel metodo sta compattando il più stupefacente caso di resistenza culturale dal basso della storia italiana recente. Poco importa che la causa dei guai sia curiosamente opposta. Buttafuoco è un problema perché troppo indipendente, perché insomma crede davvero all’autonomia dell’istituzione che presiede. Colabianchi, perché troppo dipendente: quando gli è arrivato da Roma l’ordine di nominare Venezi (le famose «pressioni» raccontate dal sindaco Brugnaro), ha obbedito nella maniera più ottusa, invece di provare a spiegare che un teatro non è una caserma, che non si può fare della Fenice un bivacco di manipoli dall’oggi al domani ma che servono tempo, tatto, diplomazia e magari un po’ di furbizia. Sta di fatto che le due vetrine della cultura di destra mettono in mostra soprattutto le difficoltà a gestirla. Al di là di quello che si pensi dell’opportunità di ospitare artisti putiniani alla Biennale o di affidare la Fenice alla direttrice che tutto il mondo ci invidia ma nessuno si piglia per «provarla», i danni d’immagine per le due istituzioni sono pesanti, per il governo anche di più.
Non è solo il ben noto problema di una classe dirigente nel complesso mediocre, che sforna molti personaggi ma poche personalità, e ha più posti da distribuire che figure presentabili per occuparli. Se la Fenice è un banale caso di amichettismo gestito da incompetenti, la Biennale svela il problema identitario della destra italiana, che deve decidere una volta per tutte che destra vuole essere. Moderata o nazionalsovranista? Europeista o trumpiana? Solo popolare o anche populista? Schierata con l’Ucraina o ospitale con i cortigiani di Putin? Democratica o nostalgica dell’uomo forte? E, in campo culturale, modernamente liberalconservatrice o ancora lì a baloccarsi con Evola, Tolkien, lo Hobbit, i riti pagani e magari i guru della nuova destra americana? Altrimenti si finisce come in questi giorni, con il ministro della Cultura di destra che litiga con il presidente di destra della più importante istituzione culturale italiana perché il governo fa una politica estera e la Biennale un’altra. Quei noiosi di sinistra la smettano di parlare di fascismo: questo è surrealismo.
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