Tagliati i bonus fiscali. Lite imprese-governo

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Le imprese insorgono contro il governo. A far salire la tensione è stato il decreto fiscale approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì che, tra le misure, dispone un taglio di Transizione 5.0, l’agevolazione sugli investimenti digitali ed energetici del 2025, sostituita quest’anno dall’iperammortamento. Il provvedimento stabilisce che le aziende in lista d’attesa, a causa dell’esaurimento delle risorse, riceveranno solo il 35% del bonus spettante. Si tratta di un taglio di un terzo dell’incentivo: sarà pagato esclusivamente il credito d’imposta degli investimenti in beni strumentali. L’esecutivo impiegherà 537 milioni di euro del fondo da 1,3 miliardi che era stato stanziato nella legge di bilancio per coprire le richieste delle aziende arrivate dopo il 7 novembre, data in cui il governo comunicò l’esaurimento del plafond da 2,5 miliardi per Transizione 5.0.

Durissima la reazione di Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini parla di «forte preoccupazione su un tema cruciale che non può essere rinviato né ridimensionato». Orsini chiede «con urgenza l’apertura, già dalla prossima settimana, di un tavolo di confronto con i ministri Giorgetti, Urso e Foti».

«Una simile decisione ha effetti retroattivi e lede il principio del legittimo affidamento», aggiunge Marco Nocivelli, vicepresidente di Confindustria per le politiche industriali. Nocivelli accusa la politica: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del governo mina profondamente la fiducia nei confronti delle istituzioni e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». In più, ricorda, questa misura esclude gli investimenti in fonti di energia rinnovabile, «in particolare gli impianti fotovoltaici a più elevata efficienza iscritti nel registro dell’Enea, che gli imprenditori sono stati indotti ad acquistare».

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenuto in videocollegamento a Cernobbio al workshop Ambrosetti, si giustifica così: «Dobbiamo capire chi aiutare». I soldi nelle casse pubbliche scarseggiano e le opzioni a disposizione sono anguste. L’ammissione di Giorgetti definisce il perimetro delle opzioni sul tavolo: «Dobbiamo decidere se questa disponibilità può andare a favore delle imprese energivore piuttosto delle aziende di trasporto, o per le accise».

Su queste scelte non tutto il governo sembra però schierato sulla stessa linea. Nel Consiglio dei ministri, riferiscono fonti interne all’esecutivo, si sarebbe infatti consumato un duro scontro tra il titolare del Mef e il collega del Mimit Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese si è opposto alla riduzione degli incentivi proposta da Giorgetti, con un contrasto che avrebbe spinto Palazzo Chigi a mediare esplicitando nel comunicato post Cdm la volontà di «avviare nei prossimi giorni un tavolo di confronto con le categorie produttive» e di «valutare, in sede di conversione del decreto, eventuali risorse aggiuntive». Tra Giorgetti e Urso si sarebbe così riproposta la spaccatura, emersa nel corso della legge di bilancio, dell’iperammortamento nella versione limitata ai beni strumentali Made in Europe. Una restrizione fin dall’inizio mal vista dal ministero delle Imprese e abolita, su pressione del mondo imprenditoriale, proprio nel decreto fiscale appena approvato.

La promessa di un tavolo non attenua il malcontento degli imprenditori. Le confederazioni di Piemonte e Veneto parlano di «decreto inaccettabile che mette a repentaglio il tessuto sociale». Il titolare del Mef spiega che il percorso disegnato è stato stravolto dal conflitto nel Golfo Persico che ha imposto un cambio di paradigma: «È successo uno shock esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina». Giorgetti non nasconde la sua preoccupazione di fronte all’incertezza internazionale: «Abbiamo fatto tre anni molto soddisfacenti, ma la congiuntura è mutata», evidenzia ricordando però la solidità del Paese: «La finanza pubblica italiana è in grado di assorbire lo shock dell’Iran».

Il nuovo documento di finanza pubblica, il Dfp, in via di ultimazione, continua Giorgetti, «ratificherà la rinnovata stabilità del sistema, in attesa del dato del deficit 2025 che l’Istat dovrà certificare a fine mese». L’impalcatura fiscale rischia tuttavia di subire i gravi contraccolpi di dinamiche esogene refrattarie a ogni tentativo di controllo da parte delle cancellerie occidentali. Moody’s, per fare un esempio, comunica di aver limato il Pil dell’Italia: nel 2026 sarà dello 0,7% rispetto al +0,8% inizialmente stimato. Le previsioni di inflazione sono state alzate dall’1,8% al 2,1%. Secondo l’agenzia di rating, la revisione al ribasso della crescita e il rialzo dell’inflazione sono dovute alla guerra in Iran. Moody’s mette in luce i rischi geopolitici e le sfide fiscali all’orizzonte, con la necessità di proseguire il cammino delle riforme e di irrobustire la crescita per ridurre il debito pubblico.

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